Intestazione La Tazza Vuota
Bloccato nel traffico, un samurai
 
La Tazza Vuota #2 11 Dicembre 2025
Molti credono che la meditazione sia rimasta invariata per secoli: una pratica fondamentalmente seduta, con metodi che quietano (śamatha, sanscr.) e investigano (vipaśyanā) la mente. In realtà, in Cina, dove il Buddhismo indiano trovò terreno fertile con il nome di Chan, prima di passare al Giappone (come Zen), ci furono dibattiti tra scuole di pensiero, alcune che rigettavano la pratica seduta.
Il maestro Huìnéng (638-713 d.C.), che realizzò l'illuminazione intorno ai vent'anni, disse infatti: «L’illuminazione si ottiene con la mente. Che c’entra lo stare seduti?».
Questo non significa smettere di meditare, ma adottare una prospettiva più ampia, che invita a lasciar andare l’idea che la meditazione appartenga a una postura o a un momento specifico della giornata. Non possiamo dividerla in due tempi. Non c’è il momento “sul cuscino” e quello “nella vita quotidiana”.
C’è solo il modo in cui stiamo, e come stiamo, ovunque.
Per questo è essenziale ricordare che lo scopo non è trovare un buon posto, comodo, in cui ritirarsi in meditazione, ma portare presenza in ciò che facciamo in quel caledoiscopio complesso che è la vita.
Molti associano "meditazione = calma". Non è solo così. La meditazione è investigazione continua, indagine della propria mente e delle reazioni che si sovrappongono alla nostra esperienza, distorcendola o oscurandola.
La calma è una componente importante ma non è la sola. Certamente, in una mente agitata è impossibile riconoscere uno schema mentale: è come quando a una persona, in preda alla rabbia, viene fatto notare il suo stato emotivo, e non riesce a vederlo. L’amigdala è attiva e la corteccia prefrontale “offline”: serve tempo perché l’attivazione simpatico-adrenergica si attenui e le funzioni corticali superiori tornino pienamente operative.
La calma, inoltre, non è sinonimo di passività o inerzia. Un samurai è calmo, ma lucido e pronto a sguainare la spada per colpire con precisione. Non è una calma molle, ma una consapevolezza vigile e ricettiva.
Avere una mente ricettiva significa restare nel presente, senza lasciare che gli schemi mentali prendano il sopravvento in modo automatico: pregiudizi, preconcetti, automatismi, abitudini emotive, narrazioni interiori, e così via.
Avete mai bevuto una tazza di tè al 100%? Quasi sicuramente no. Ogni sorso è filtrato dal dialogo interiore: valutazioni, desideri, confronti. La realtà immediata ci attraversa.
Come già spiegato, la proliferazione mentale causa la nostra sofferenza/insoddisfazione (duḥkha, sanscr.), secondo l’equazione sofferenza = esperienza presente + proliferazione/schemi mentali.
Siamo in auto, c'è traffico, siamo in ritardo. Abbiamo un'esperienza presente (mani sul volante, macchine intorno) e una nostra reazione cognitivo-emotiva, solitamente di rabbia o frustrazione, che non solo è inutile (non sposta le altre auto) ma ci trascina anche in una spirale che richiama più malcontento.
La chiave è chiedersi: possiamo dire "sì" a questa situazione? Non significa amarla, apprezzarla, pensare che tutto è così come deve essere. Significa chiedersi soltanto: "posso essere okay in questa situazione?".
La possiamo scomporre: possiamo essere okay con il semaforo che resta rosso (sensazione visiva), con i clacson (uditiva), con il sedile (tattile), con il pensiero ipotetico del rimprovero degli amici perché siamo in ritardo? Se non ne accettiamo una, indaghiamo. Perché non possiamo accettare (o ci infastidisce, o altro) il rimprovero degli amici? Forse siamo persone perfezioniste, o ansiose, o abituate a colpevolizzarci, o condizionate da aspettative esterne? Prendiamone atto, lucidamente.
Senza sensi di colpa, senza aggiunte emotive, senza altro. Soltanto consapevolezza. Non dobbiamo fare scavi psicologici e rivangare nel passato chiedendoci "Perché?", "Quando abbiamo iniziato?" o "Chi ci ha resi così?".
No, dobbiamo solo scomporre e lasciare andare queste forme mentali come zavorre. Alla fine ci ritroveremmo semplicemente seduti, in una cosa chiamata veicolo, con forme, luci e colori davanti e intorno: questa è l'esperienza presente.
Il passato non esiste se non lo richiamiamo alla mente. Il futuro non è ancora accaduto, se non lo reifichiamo con proiezioni mentali. Ci ritroviamo così, solo seduti in macchina.
Questo unico esercizio basta a trasformare le vostre vite .
Il traffico è una situazione di bassa intensità emotiva. E nelle situazioni davvero dolorose? Di fronte alla mancanza, al rifiuto, alla morte? Ancora, non significa apprezzarle, pensare che tutto è così come deve essere, o trasformarle in positivo ("spiritual bypassing").
Significa dire: "C'è il dolore.
Sì.
Lo apprezzo, giustifico, capisco, accetto? No.
Ma rimango qui, con quello che c'è".
La mente non trascina, richiama, aggiunge altro.
Matematicamente, l’energia che spendiamo a discutere con la realtà è la stessa che non avremo più a disposizione per farle fronte in maniera chiara e lucida. E discutere contro di essa non vale a niente: accade comunque, indipendentemente da noi.
Più energia emotiva e mentale liberiamo da questo intrecciarsi di opinioni-giudizi-concetti-paure-proiezioni nelle piccole cose, più possiamo affrontare quelle grandi. Coltivare la ricettività a discapito della reattività è un allenamento, ed è la vera meditazione.
Lo scopo, quindi, non è ottenere calma o assenza di pensieri. Anche se questo stato può emergere durante la meditazione, è comunque transitorio. Una volta svanito, torniamo intrecciati alle nostre abituali forme-pensiero.
Il vero scopo è far venire alla luce i nostri modi di pensare e di reagire, depotenziarli e scegliere di non esserne vittima, qui e ora.
Attraverso la meditazione lasciamo andare centinaia di catene invisibili, e ci apriamo al fluire della vita senza esserne trascinati, trasparenti, centrati e consapevoli.
 
Grazie per la lettura.
Ogni risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole).

Chantal Lengua
 
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