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| Il «corpo nel corpo» | ||
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| Il mare, sotto le ultime luci del tramonto, circondava il gruppo di meditanti a cui mi sono unita, ieri sera. Persone sconosciute, unite dall'intento di trovare quiete nella proliferazione mentale, di respirare insieme e di tornare al corpo. | ||
| Il Satipaṭṭhāna Sutta, «dei quattro fondamenti della consapevolezza», è uno dei testi base della meditazione vipassana: in esso, il Buddha affronta i fondamenti dell'attenzione e i quattro ambiti sui quali focalizzare la consapevolezza: corpo, sensazioni, mente e oggetti mentali. | ||
| Quando parla della consapevolezza diretta al corpo, comprendendo in essa la consapevolezza del respiro, usa l'espressione: | ||
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«Stiamo attenti al corpo nel corpo.» Satipaṭṭhāna Sutta (MN 10) |
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| Corrado Pensa nel suo splendido, breve saggio Attenzione saggia, attenzione non saggia, così descrive il significato di quell'espressione: «[...] stare attenti in maniera assolutamente diretta, senza intermediari, alle sensazioni fisiche. Il «corpo nel corpo» è diverso dal corpo nella mente. Quest'ultimo sarebbe un pensare al corpo, e non il volgere la consapevolezza al corpo. È un'enfasi, un'espressione che vuole sottolineare questa maniera diretta, questa immediatezza, questa intimità di contatto tra la consapevolezza e il suo oggetto.» | ||
| Il monaco Theravada Nyanasatta Thera approfondisce questo concetto sostenendo che la ripetizione del «corpo nel corpo» ha lo scopo di far comprendere l’importanza di rimanere consapevole se, nell’attenzione sostenuta su un oggetto scelto, si sta ancora rimanendo su di esso e non ci si è smarriti in un pensiero sorto su di esso o in una contemplazione di altro tipo. | ||
| Per esempio, portando l'attenzione sulla propria gamba, un meditante può ritrovarsi facilmente a visualizzarla, e quindi uscire dalla diretta percezione della propria gamba entrando nel dominio del "concetto della propria gamba", un mondo mentale che può divenire vastissimo: può infatti allargarsi a comprendere la forma della propria gamba, la sua posizione nello spazio, magari fastidiosa o dolorosa, o può svilupparsi nella direzione di eventuali forme mentali più piacevoli, come sottili sensazioni di vibrazione o di comodità e stabilità. | ||
| Tutto ciò è già ben lontano dallo stare con «il corpo nel corpo». | ||
| Essere consapevoli del corpo significa esserci direttamente, prima che la mente lo trasformi in un'immagine, un giudizio o un racconto. | ||
| Come si fa, dunque? Nel Satipaṭṭhāna Sutta, il Buddha spiega: | ||
| «Egli va nella foresta, ai piedi di un albero o in una stanza vuota, si siede a gambe incrociate, mantiene il corpo eretto e la consapevolezza vigile. | ||
Egli inspira, consapevole di inspirare. Egli espira, consapevole di espirare.
Inspirando, calmo le attività del corpo. Espirando, calmo le attività del corpo.» |
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Quando inspiri, sii consapevole del tuo respiro. Quando espiri, sorridi al tuo corpo. — Thich Nhat Hanh (1926-2022), monaco Zen |
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| La consapevolezza del respiro è dunque il primo passo della consapevolezza del corpo, e uno dei fondamenti della pratica meditativa: il praticante osserva il flusso naturale del respiro, riconoscendo l’inspirazione e l’espirazione. È una pratica di ancoraggio al presente. | ||
| La sezione del «corpo nel corpo» comprende anche le posture, in modo da sviluppare consapevolezza non-giudicante delle posizioni del corpo (seduto, in piedi, camminando, disteso) e di ogni movimento. | ||
| L'esercizio, dunque, non chiede di fare qualcosa al corpo ma di esserci, mentre il corpo respira, sta fermo, cammina. È una pratica di “non fare”, che Thich Nhat Hanh, in Toccare la pace, riprende e attualizza nel mondo contemporaneo: | ||
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C’è chi dice: «Non stare lì seduto, fai qualcosa!». Quando vediamo ingiustizia, violenza e sofferenza tutt’intorno a noi, è naturale voler fare qualcosa per aiutare. Ma la qualità delle nostre azioni dipende dalla qualità del nostro essere. Quindi, oltre a dire: «Non stare lì seduto, fai qualcosa!», possiamo anche dire: «Non limitarti a fare qualcosa – resta lì seduto!». Fermarsi, rimanere immobili e praticare la consapevolezza può aprire una dimensione completamente nuova dell’essere. Possiamo trasformare la nostra rabbia e la nostra ansia e coltivare la nostra energia di pace, comprensione e compassione come base per l’azione. Possiamo comunque essere molto attivi, ma fare ogni cosa partendo da uno stato di pace e gioia. Questo è il tipo di azione di cui c’è più bisogno. |
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Se non ti lasci assillare dai pensieri di guadagno e perdita, allora, nel Chan [Zen cinese], sei «uno senza niente da fare»; ma non avere niente da fare non significa letteralmente non fare niente. Significa che la tua mente è libera da ostacoli quando ti dedichi a qualsiasi attività. — Master Sheng Yen (1931-2009), lignaggio Chan. |
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| Ieri sera, davanti al mare, quel gruppo di meditanti ha provato a non fare nulla. Il respiro andava e veniva, insieme alle onde. La pratica comincia nel corpo e, da quel semplice esserci, continua in tutto ciò che facciamo. | ||
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Grazie per la lettura. Ogni risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole). Chantal Lengua |
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