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| A spada ritratta | ||
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| Le festività natalizie con i parenti rallentano il tempo esterno e accelerano quello interno. Le giornate sembrano sospese, ma dentro possono muoversi rapidamente emozioni, aspettative non dette, dinamiche che si riattivano senza chiedere il permesso. | ||
| I contesti familiari hanno questa capacità: riportarci in pochi istanti a versioni precedenti di noi stessi, riattivando sia le tensioni sia gli affetti. | ||
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Dal punto di vista neurobiologico, l’ambiente familiare è uno dei primi luoghi in cui il sistema nervoso ha imparato a orientarsi. Le reti neurali che si sono formate nell’infanzia — soprattutto quelle legate all’attaccamento — restano attive. Quando torniamo “a casa”, anche se adulti, il nostro sistema può riconoscere segnali, toni di voce, sguardi, posture, e reagire prima che ce ne rendiamo conto. L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) può attivarsi rapidamente, preparando il corpo alla difesa o all’attacco, anche quando non c’è un pericolo reale, ma solo un ricordo incarnato. |
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| Questi sono i trigger emotivi: risposte automatiche del sistema nervoso, che si attivano quando il sistema limbico cerebrale — coinvolto nella gestione delle emozioni e della sopravvivenza — riconosce un allarme. Questa nostra parte non ragiona, non analizza: reagisce, spingendoci a dire o fare ciò che normalmente non faremmo. Non a caso, | ||
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«Se pensi di essere illuminato, vai a passare una settimana con la tua famiglia.» Ram Dass, maestro spirituale. |
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| Naturalmente, non tutte le relazioni familiari portano tensione: molte sono fonte di cura, ascolto e affetto reale. Anche in esse, tuttavia, possono sorgere facilmente i trigger emotivi. Questi non sono il problema. Va bene che ci siano. Provare a eliminarli o a combatterli equivale alle battaglie di Don Chisciotte contro i mulini a vento, uno spreco di energia che non produce trasformazione. Possiamo però depotenziarli, ossia smettere di scambiarli per verità assolute: “sono fatto così”, “con lui reagisco sempre così”, “non posso farci nulla”. | ||
| Siamo liberi, se reagiamo secondo schemi mentali stratificati? | ||
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«Tra stimolo e risposta c'è uno spazio. In quello spazio sta il nostro potere di scegliere la nostra risposta. Nella nostra risposta sta la nostra crescita e la nostra libertà.» Viktor E. Frankl, psichiatra e neurologo. |
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| Questo spazio è il distacco che si potenzia con meditazione e presenza consapevole: un distacco non emotivo, ma esperienziale. Non si tratta di mostrarsi freddi o disinteressati (che è pur sempre una reazione ai trigger), né di controllare le emozioni o “comportarsi bene”. Permette di restare in relazione senza essere risucchiati dal nostro solito copione: permette di non correggere, non spiegare, non difendersi immediatamente. Lasciare che l’impulso passi senza trasformarlo subito in azione. | ||
| Dal punto di vista neurofisiologico, anche una breve pausa consente al sistema parasimpatico di rientrare in gioco, riducendo lo stato di attivazione fisiologica da stress e ampliando le possibilità di risposta. | ||
| In questo senso si può anche provare a seguire una massima attribuita a Confucio, soprattutto quando la relazione conta più dell’argomentazione: | ||
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«Cosa ne pensi di riparare ad un torto con la virtù?» I dialoghi, XIV, 36 |
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| È una proposta difficile, ma se ammettiamo che ogni reazione automatica, risentimento e giudizio siano opportunità di nostra crescita e pratica, allora possiamo affrontare diversamente dinamiche relazionali complesse. Non significa negare ciò che ci ferisce, né giustificare comportamenti inappropriati, ma rispondere con consapevolezza, agli altri e a noi stessi. | ||
| In questo spazio si apre la possibilità di scegliere risposte che riflettano i nostri nuovi valori più profondi, invece dei vecchi schemi. | ||
| L’intelligenza può analizzare queste dinamiche, riconoscendole e giudicandole. In noi, tuttavia, vi è anche un'altra componente, la saggezza, che non vive nella necessità di avere ragione, né nel bisogno di sistemare l’altro. | ||
| La saggezza è il modo in cui restiamo presenti a un momento, un dialogo, un evento difficile mentre qualcosa dentro di noi vorrebbe fuggire o attaccare. | ||
| Non possiamo mai scegliere le parole e i comportamenti degli altri, né cambiarli. Ma possiamo scegliere come reagire, e quando scegliamo di non essere vittime dei nostri trigger emotivi / schemi mentali, pazienza e gentilezza emergono spontanee, non come virtù morali, ma come conseguenze fisiologiche di un sistema nervoso che non è più in allarme. | ||
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Il Natale, allora, così come ogni singolo giorno, può diventare un addestramento gentile.
Non perché tutto vada bene, ma perché tutto ciò che accade è un'occasione di crescita.
Gli altri non sono l’ostacolo alla presenza. Se osservati con attenzione, non sono solo i nostri maestri più esigenti, ma anche i più generosi. |
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Grazie per la lettura e (di nuovo) Buon Natale. Ogni risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole). Chantal Lengua |
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