Intestazione La Tazza Vuota
Una vita piena di vita
 
La Tazza Vuota #7 16 Gennaio 2026
In casa abbiamo un nuovo cucciolo, un cagnolino di tre mesi. Un minuscolo tornado di energia, guidato da un solo scopo: l'esplorazione del mondo. Corre, trotta, saltella, gioca, sperimenta questa strana cosa che è la vita. Ha appena cominciato, è appena arrivato.
È gioia pura, una gioia immediata, di quelle
che non hanno opposti.
Le nostre emozioni hanno opposti perché nascono all'interno della mente, duale di natura: divide in soggetto e oggetto, commenta con voce narrante ogni nostro stato interno ed esterno, interpreta il mondo sulla base di categorie apprese, di guadagno o perdita, di piacere o dolore (vedi le otto preoccupazioni mondane, nella newsletter #5).
Ma esistono stati che sono oltre le emozioni duali, poiché si collocano al di là della mente discorsiva: non sono stati vuoti, passivi o in cui la facoltà di gestire le situazioni è assente, ma livelli di coscienza in cui la mente dualistica, con i suoi giudizi e reazioni limitanti, è superata, spezzata. Come conseguenza, noi operiamo in maniera lucida, affilata, e siamo colmi di stabilità, contentezza, amore e pace.
Avvicinarsi a questo stato è possibile. È pratica.
Non esiste una strada verso la felicità.
La felicità è la strada.
Thich Nhat Hanh
Quanto tempo al giorno dedichi attivamente alla gioia? Senza aspettare che arrivi da input esterni favorevoli, ma creandola? Esplorando un'infinitesima sfaccettatura della vita - una matita, una foglia, una persona sconosciuta o una che ti sta insultando - e scegliendo attivamente di provare gioia?
Qui "gioia" non corrisponde all'aspetto piacevole e di durata temporanea del ciclo alternato di dolore e piacere (saṃsāra), ma è uno stato profondo dell'essere, più simile al nostro termine "contentezza": uno stato che permane, per quanto complessa possa essere la quotidianità. È, insieme a pace, gratitudine, saggezza e compassione, uno dei numerosi aspetti del nirvāṇa (o "estinzione", liberazione).
Saṃsāra e nirvāṇa sono termini asiatici ma il loro nucleo è trans-culturale e indica due modalità dell’esperienza umana, che ritornano attraverso secoli e culture diverse.
Samsara e Nirvana sono come un giovane che vede un anziano dall'altra parte di un fiume e gli chiede:
«Come sei arrivato sull'altra sponda?».
L'altro risponde:
«Tu sei sull'altra sponda!».
È solo una questione di punti di vista: non si tratta di trovare il modo di attraversare il fiume. Siamo già dove dobbiamo essere. Stiamo solo guardando «là», invece che «qui».
Un praticante può credere di raggiungere la stabile contentezza dell'esperienza dopo che avrà acquistato il cuscino giusto, meditato un tot di ore, fatto una certa quantità di ritiri spirituali, aver seguito una dieta depurativa, un viaggio in India, letto i giusti libri. In pratica, si sta costruendo una zattera per attraversare il fiume, e la fa sempre più bella.
Dopo qualche anno la zattera assomiglierà a uno yacht e lui sarà ancora lì a costruire.
Raggiungere l'altra sponda del fiume è semplice ma non facile. È semplice nel senso che non richiede strumenti o condizioni ideali: basta orientare la consapevolezza nel momento presente e fare esperienza della meraviglia della vita, di tutte le cose così com'è [1]. Allora anche il dolore, un cattivo odore, un gesto sgradevole, se non vengono giudicati o concettualizzati, appaiono completi. Sono totali perché sono presenti. Sono vivi nel nostro qui e ora.
Semplice ma non facile, perché la mente discorsiva interviene subito, trasformando l’esperienza in qualcosa da trattenere o evitare. In questo movimento perdiamo il contatto diretto con ciò che sta accadendo. Invece di essere come il cucciolo, per esempio, traboccante di meraviglia per il mondo, ci annoiamo, ossia, giudichiamo l'esperienza (sempre il già citato giudice interiore, #5) come non interessante e passiamo alla prossima.
La pratica consiste nel riconoscere questo scarto e nel tornare, ogni volta, all’esperienza immediata.
Questo è quello che facciamo con il respiro: non una gara a meditare bene, ma una coltivazione della presenza, un'osservazione della noia fino a che non si trasforma in meraviglia, rendendoci in grado di sentire, come mi ha scritto una lettrice, "quanto sia ricco e straordinariamente vario un singolo respiro, quanto si possa permanere al suo interno, esplorando ogni sua singolarità".
 
[1] "things as it is", "le cose così com'è": terminologia cara a Shunryū Suzuki Roshi, nonostante la sua ottima padronanza dell'inglese. Mi piace pensare che significasse ricondurre la molteplicità delle cose a un'unità. Ritorna in Lettere dalla Vacuità, ma consiglierei prima Mente zen, mente di principiante.
 
Grazie per la lettura.
Ogni risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole).
Qui una foto dell'unico momento in cui riusciamo a far star fermo il cucciolo.

Chantal Lengua
 
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