Intestazione La Tazza Vuota
Ogni goccia d'acqua
 
La Tazza Vuota #9 29 Gennaio 2026
Cari amici, è stato meraviglioso ricevere le vostre risposte a ogni mia "Tazza Vuota". Alcuni di voi mi hanno chiesto da dove derivi questo nome, e ve lo dirò tra poco. Prima, un annuncio: la Tazza Vuota è sospesa fino a maggio.
Mi troverò infatti a Taiwan per fare volontariato e ritiri di meditazione: potrò quindi leggere le vostre e-mail ma non preparare le newsletter. Ognuna di esse è stata scritta con cura e la sfida di avere un pubblico eterogeneo: tra voi c'è chi medita da 30 anni e chi non ha mai provato, chi si interessa di temi spirituali non-duali e chi predilige contenuti più neuroscientifici-psicologici.
Vi ringrazio, perché scrivere mi aiuta a elaborare concetti complessi, sempre sapendo che nella via della contemplazione consapevole, bisogna prediligere l’essenza dei fenomeni e della nostra esperienza diretta, più che le spiegazioni astratte e i concetti nozionistici.
Gli insegnamenti, dei grandi maestri o dei pensatori moderni, sono come il dito che indica la Luna: ci guidano, non sostituiscono l’esperienza diretta.
È solo nella nostra dimensione che possiamo sgranare quei concetti e oliare i nostri ingranaggi interiori, così diversi eppure così universali a tutti noi.
Le nostre dinamiche sono infatti più simili di quanto vogliamo ammettere, anche se su scale diverse. Ogni grande azione mondiale ha la sua controparte in una nostra piccola scelta: nasce dagli stessi meccanismi che, in forma sottile, attiviamo anche noi. Imparare a conoscerli ci permette di investire energia nella presenza, nel cuore e in tutto quello che rende più pulita e sana la nostra relazione con noi stessi e con il mondo.
In una storia, una foresta si incendia e mentre il fuoco divampa, gli animali corrono lontano dalle fiamme. Un piccolo colibrì vola in direzione opposta.
Un leone gli grida «Che stai facendo? Di là c'è l'incendio!»
«Vado a portarci dell'acqua!» risponde lui.
«Sei troppo piccolo, che vuoi fare?!».
Il colibrì si ferma a mezz'aria e, prima di sfrecciare via, dice: «Io faccio la mia parte».
Ogni piccolo gesto di gentilezza conta: questo atteggiamento di cura e benevolenza è chiamato mettā (in lingua Pali).
Tradotta anche come benevolenza amichevole, mi piace presentare mettā come la versione semplice e trasparente della parola "amore", spesso carica di stratificazioni emotive. Mettā si prova giocando con un cucciolo, aiutando un anziano, ascoltando a cuore aperto un amico.
C'è una meditazione molto potente che si trova ovunque, anche online (profonda quella di Gunaratama in "La pratica della consapevolezza", pag.93), in cui si comincia indirizzando verso noi stessi un flusso di buoni sentimenti, auguri, positività, tipicamente con la formula "Che io possa (essere in buona salute, essere felice, avere successo…)".
Dopodiché, questi stessi auguri si ampliamo alla famiglia ("Che i miei genitori possano... che mia sorella possa..."), agli amici e ai conoscenti.
E, fin qui, si tratta di una pratica serena ma non trasformativa.
La vera chiave di volta arriva quando auguriamo salute, felicità, pace, successo ai nostri nemici.
Quando pensiamo a chi ci ha fatto del male, ci ritroviamo immersi in una reazione chimica tutta nostra di tensione, risentimento, tristezza, rabbia, battito accelerato. Cominciando, magari dapprima in modo meccanico, a ripetere le frasi di mettā, stiamo liberando e allentando i lacci del nostro ambiente psico-emotivo, senza doverci confrontare con la persona stessa.
La pratica di mettā si conclude estendendo gli auguri alle persone sconosciute e a tutte le forme di vita sul pianeta.
Oltre alla meditazione formale, coltivare azioni di mettā, anche piccole come quella del colibrì, ci rende equilibrati, luminosi e presenti.
Per concludere, ecco anche la storia promessa, da cui ho preso il titolo della newsletter (riadattata da "101 storie Zen", di N. Senzaki e P. Reps):
Nan-in, un maestro giapponese dell'era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Lo invitò a sedersi e lo ascoltò mentre elencava le sue teorie, le sue opinioni e tutto ciò che aveva letto riguardo alla Via.
Il maestro iniziò a versare del tè nella sua tazza e anche quando la riempì, non smise di versare.
Il tè traboccò e iniziò a scorrere sul tavolo, mentre il professore parlava. Quando non riuscì più a trattenersi, esclamò:
«Maestro, la tazza è già piena! Non c’è più spazio per altro tè!»
«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».
 
Grazie per la lettura.
Ogni risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole).

Chantal Lengua
 
Ricevi questa email perché ti sei iscritto alla newsletter di mindfulness La Tazza Vuota.
→ → Trova le edizioni passate sul mio sito, dove potrai invitare un amico a iscriversi
e/o leggere i miei racconti di narrativa.