De Rerum Natura

Chantal Lengua

De Rerum Natura

Le figure di materia rocciosa si osservavano, immobili nelle vesti di pietra. Ai loro piedi, un fiume di sabbia sostava immutato dall'inizio dei tempi.

La vita non era ancora un’ipotesi.

La prima figura cominciò a creparsi lì dove si formarono delle giunture, scrollandosi una pioggia di ghiaia e liberandosi a fatica dalla sua stessa cruda rigidità. Non aveva volto né sensi, eppure cominciò a muoversi sempre più fluidamente, a volteggiare in una danza senza rumore, come se si aprisse in ventagli e drappeggi di seta. Dalla sua danza nacque il movimento di quel mondo prima immobile. Il fiume di sabbia e particolato cominciò finalmente a scorrere.

La seconda figura, al contrario, si concretizzò sempre di più nell’assoluto della stasi, respirando in addensamenti di materia: iniziò a rimpicciolirsi come se si stesse stringendo in un nucleo, collassando dall'interno. Cadde infine, rimbalzando nel neonato fiume di sabbia, e il suo peso specifico richiamò a sé l'infinità dei granelli circostanti. Tutto prese a collidere verso quel centro magnetico; l'intera dimensione della realtà venne inghiottita fino a ridursi a un'unica, cieca singolarità. In uno spazio vuoto, oscuro, dove solo una fucina di materia calda collassava infinitamente su se stessa, la prima figura continuava a danzare nel nulla. Descriveva orbite ampie e improvvise, caotiche e libere, intorno al vortice nero che attraeva ogni direzione e ogni forza. Quell'energia pura avrebbe potuto continuare a volteggiare per sempre, eternamente paga, ma in tutta quella compressione, decise che ci sarebbe stata espansione.

Esplose.

La sua danza fu impressa nel cuore della massa compressa, deflagrando in un'inflazione cosmica improvvisa: furono polveri e furono stelle, furono lune e furono pianeti, nella perfetta coreografia immortale che ancora balla, balla e balla immobile. Le due figure, amanti del reale, si frammentavano e si intessevano vicendevolmente nel tempo e nello spazio.

La seconda figura viveva nel cuore invisibile della materia, come il peso che la costringeva a ricordare l'antico stato di unità: tratteneva le lune, terrificanti e mansuete, nella loro orbita, radunava gas dispersi nel freddo per accendere nuclei stellari, stringeva detriti rocciosi per modellarli in sfere lisce. Il suo era un amore severo, la brama di far collassare nuovamente il tutto in un unico abbraccio.

Ma la prima figura non aveva smesso di danzare. Moltiplicata e moltiplicata ancora, in trilioni di biliardi di scintille di luce, scivolava tra le maglie della gravità come riverbero di radiazioni e marea dei vuoti, come vento solare e inquietudine di elettroni. Dove la massa cercava ordine e riposo, l'energia portava tumulto e metamorfosi. Per eoni, fu questo e questo bastò. Ma la fame e la sete della coscienza spinsero verso l’ineluttabile suo destino: plasmare l’universo e riconoscersi in esso.

La seconda figura prestò alla realtà gli elementi della sua antica veste di pietra: carbonio, ferro, acqua, racchiudendoli in una forma definita, un limite, un corpo. La prima, la danzatrice, con un brivido elettrico, ci passò attraverso, accendendoli. Fu vita. Le due estremità dell'universo poterono contemplarsi. La pietra tornò a sentire se stessa: la stasi divenne memoria, nostalgia e stabilità. La danza divenne desiderio, pensiero e dolore. Ogni respiro un piccolo collasso verso il silenzio; ogni battito una microscopica inflazione cosmica. E così era ed è: il perennemente creato, il perennemente disfatto.

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