La Tazza Vuota #12 - Un dolce far niente

Intestazione La Tazza Vuota
Un dolce far niente
 
La Tazza Vuota #12 6 Giugno 2026
A Milano partecipavo spesso agli incontri di un lama tibetano, Lama Michel Rinpoche, in zona Porta Nuova. Erano le diciotto e i discorsi toccavano argomenti adatti a persone appena uscite da lavoro, giocando sull'ironia e su un (seminascosto) respiro di non-dualità. Spesso il Lama riportava ironicamente frasi che ci raccontiamo, come quando arriviamo a sera e pensiamo di non aver fatto abbastanza, o nulla.
«Oggi non ho fatto niente», possiamo dire.
Il Lama rispondeva: «Non hai fatto niente? Che meraviglia! Per una volta, non hai fatto niente.»
Nell'immaginario collettivo, non fare qualcosa equivale a perdere tempo, a essere pigri o improduttivi. A volte ci fermiamo solo al limite, quando dobbiamo resettarci da cacofonie di stimoli, notifiche e scadenze. La verità è che, come afferma la neuropsichiatra Ninotti nel suo libro La scimmia antropomorta, "siamo animali ancora paleolitici catapultati in un ambiente di sovrastimolazione cognitiva permanente, dove l'amigdala lavora a pieno regime."
Lungi dall'essere spazio vuoto, il silenzio è l'unico luogo in cui la mente torna a respirare. Trattiamo produttività e stimolazione costante (podcast, musica, scrolling) come se fosse carburante, ma è spesso più simile a un ingombro. È necessario creare spazio e disintossicare i sensi, «creare momenti nella giornata in cui apparentemente non stiamo facendo nulla» (Lama Michel).
Quando abbiamo iniziato a credere che riempire i silenzi ci renda più produttivi?
Anche le neuroscienze dimostrano che nei momenti di disimpegno cognitivo si attiva la default mode network del cervello, funzione vitale per creatività, memoria e risoluzione dei problemi (newsletter #3). Il riposo, poi, abbassa il cortisolo e attiva il sistema nervoso parasimpatico, proteggendoci da stress cronico, tensioni muscolari e burnout.
Fin qui niente di nuovo. Ma quando non inteso come semplice "riposo mentale", il "dolce non far niente" nasconde una verità molto più interessante, legata alla natura della consapevolezza umana.
«Inspirando, sono consapevole che in questo momento non c'è bisogno di andare da nessuna parte.
Espirando, sono consapevole che in questo momento non c'è bisogno di fare nulla.
Nessun posto dove andare, nulla da fare.»
- Thich Nhat Hanh, maestro Zen (1926–2022) -
Thich Nhat Hanh amplia la concezione di "riposo" da pausa a stile di vita. Ci suggerisce quindi di oziare per sempre? Ovviamente no.
"Non fare nulla" significa "non fare nulla con la mente", intesa come narrazione compulsiva, schema mentale, conglomerato di opinioni obsolete, ronzio incontrollato. Significa pertanto agire senza il peso dell'ego, senza quell'incessante bisogno di ottenere un risultato, un premio o un riconoscimento. Significa essere presenti al cento per cento in ciò che c'è, lasciando che l'azione fluisca da sola, senza l'interferenza dei nostri pensieri.
Significa essere nel qui e ora, vivi e vibranti, costantemente.
Di questo tratta anche un meraviglioso dialogo Chan (buddhismo cinese) dell'VIII secolo d.C.:
Un giorno, mentre il maestro Yàoshān stava facendo zazen [meditazione Zen] sopra una roccia, Shítóu gli chiese: «Cosa stai facendo?»
Il maestro: «Non sto facendo nulla.»
Shítóu: «Te ne stai lì seduto tranquillo?»
Il maestro: «Stare seduti senza fare nulla è fare qualcosa.»
Shítóu: «Tu dici di non fare nulla, ma con "fare nulla" cosa intendi?»
Il maestro: «Mille saggi non lo saprebbero.»
Qui il "non far nulla" è un'azione misteriosa e potentissima che non può essere descritta a parole ("nemmeno da mille saggi"). È il modo operativo che l'essere umano raggiunge quando vive in "stato di flusso" (termine moderno, dello psicologo M. Csíkszentmihályi) e quando sperimenta che la realtà è fatta di elementi diversi e opposti, che sono interdipendenti e interrelati, e trascende questa dualità. O, ancora, quando lascia andare le aspettative, smette di chiedere qualcosa al momento presente e lascia cadere ogni difesa, a partire dall'attaccamento a credenze, opinioni, identità.
Il "non far niente" quindi non è rilassarsi o non agire, ma muoversi lasciando che l'intenzione nasca dal vuoto, liberi dal bisogno di piegare la realtà alle nostre aspettative. Quando il fare non è più una reazione ai nostri schemi mentali, diventa accettazione e pura espressione dell'essere.
La meditazione, attività mai staccata dalla vita, non è altro che questo "non-fare" o, come riporta lo studioso Aldo Tollini in La Meditazione Chan "è il non far nulla, non aspettarsi nulla, essere così come si è."
 
Grazie per la lettura.
Ogni risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole).

Chantal Lengua
 
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