|
||
| Progetto Immortalità | ||
|
|
||
|
||
| Cammino per la mia città, Genova. È sera, sono sola e ascolto musica (lo-fi o colonne sonore di film). Il mio sguardo spazia sui graffiti intorno a me e penso al fil rouge che ci lega ai nostri antenati che imprimevano il contorno delle mani sulle pareti delle caverne. | ||
| Perché vogliamo così tanto lasciare una traccia del nostro passaggio? | ||
| Perché compriamo una tazza con il nostro nome, cuciamo le nostre iniziali sulla camicia, apriamo i social e ci autonarriamo, interagiamo con intelligenze artificiali fastidiosamente compiacenti (AI sycophancy)? | ||
| Ogni gesto, dal più piccolo alle manifestazioni più evidenti dell'ego, nasconde il più grande timore dell'uomo e, contemporaneamente, l'unica certezza che possiede: la morte. | ||
|
La motivazione fondamentale del comportamento umano è il bisogno biologico di controllare e negare il terrore della morte. - E. Becker, antropologo e premio Pulitzer |
||
| Mentre gli animali vivono immersi nel presente, noi possiamo immaginare il futuro e, quindi, prevedere la nostra scomparsa. Ci chiediamo quindi: | ||
| "Come posso continuare a esistere?" | ||
| Che la risposta venga ricercata nei figli, nel lavoro, nell'arte, nella fama, nel patrimonio o nella religione, è certo che il desiderio di lasciare una traccia significa provare a negoziare con l'impermanenza. | ||
| Di impermanenza ho parlato nella newsletter #8, che invito a riprendere. Come la realtà non è un insieme di entità separate, ma un tessuto di relazioni in continuo mutamento, in cui le forme appaiono, durano, si dissolvono, così l'essere umano non è un'identità fissa. È un flusso di condizioni temporanee — corpo, ruoli, relazioni, ambiente, memoria — in costante trasformazione. | ||
| Ne trattava anche Pirandello (Uno, Nessuno, Centomila): crediamo di essere "uno", identità coerente e stabile. Poi scopriamo di essere "centomila", perché esistiamo in modo diverso nella mente di ogni persona che incontriamo. Infine diventiamo "nessuno", quando non troviamo da nessuna parte quell'identità solida a cui ci aggrappiamo. | ||
| Il senso di essere un individuo separato e permanente non è così solido come appare. È solo un'abitudine che non abbiamo mai messo in discussione. | ||
| Lungi dall'essere una teoria, questo si può sperimentare. Nella pratica della meditazione fin da subito ci si accorge che esiste un "testimone" che osserva il continuo sorgere e svanire dei pensieri. Quella presenza è consapevolezza: è ciò che rimane quando, per un istante, non ci identifichiamo con desideri, schemi mentali, storia personale, opinioni, ossia i pensieri che osserviamo, che nascono, mutano e scompaiono come nuvole. | ||
| Quando la pratica si approfondisce possono emergere esperienze che ci appaiono impossibili ma che sono ben note nelle tradizioni, come la temporanea scomparsa della percezione corporea. Se stiamo tenendo gli occhi chiusi, non possiamo assolutamente individuare la nostra posizione nello spazio e dire se siamo seduti, in piedi o dove sono le nostre mani. È un'esperienza davvero strana! La propriocezione — il senso che ci informa costantemente della posizione e del movimento del corpo, quello che vi sa sentire i vostri piedi senza guardarli — può silenziarsi. | ||
| Quando anche la sensazione che conosciamo meglio in assoluto — quella di essere un corpo! — scompare, quando anche i nostri pensieri evaporano nel silenzio, ci chiediamo: chi siamo, quindi? | ||
| È la domanda con cui sono partita con la primissima newsletter. È un koan (rompicapo) a cui non possiamo rispondere con il pensiero, perché ciò che stiamo cercando di comprendere precede il pensiero stesso. È come cercare di guardare un panorama grandangolare attraverso un minuscolo buco della serratura: possiamo farlo solo se la porta si apre. | ||
| Attenzione a una concetto che a molti sfugge: ingrandire la serratura creando un'identità migliore — magari da buon meditante, praticante spirituale, persona compassionevole o caritatevole — non serve a niente. Ci auto-imprigioniamo in una forma più raffinata di identificazione. In questo, umiltà, autentica compassione e benevolenza sono autentiche alleate, che mirano ad assottigliare l'ego. | ||
|
Essere vivi non è la condizione ultima; c'è qualcosa al di là, molto più esaltante [...]. È uno stato di pura consapevolezza, oltre i confini dello spazio e del tempo. Quando cessi di credere di essere il tuo corpo-mente, la morte perde la sua terribilità, diventa parte della vita. - Nisargadatta Maharaj, in Tu sei Quello. |
||
|
Quando i confini della nostra storia personale iniziano ad allentarsi, non c'è più bisogno di essere importanti o lasciare una traccia. C'è soltanto l'esperienza immediata della vita che accade. E la scoperta che, per essere pienamente vivi, non c'è alcuna traccia da lasciare. |
||
|
|
||
|
Grazie per la lettura. Ogni risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole). Chantal Lengua |
||
|
|
||
|
Ricevi questa email perché ti sei iscritto alla newsletter di mindfulness La Tazza Vuota. → → Trova le edizioni passate sul mio sito, dove potrai invitare un amico a iscriversi e/o leggere i miei racconti di narrativa. |