La Tazza Vuota #16 - La via degli alberi

Intestazione La Tazza Vuota
La via degli alberi
 
La Tazza Vuota #16 3 Luglio 2026
Ecco uno dei consigli più importanti che abbia mai ricevuto — particolarmente utile in questi giorni in cui mi sono rotta il gomito.
Sii in grado di tollerare le avversità.
Quando la vita sembra metterci continuamente alla prova, le soluzioni più semplice sono fuggire e evitare. Quelle più difficile consistono nell'affrontare e accettare ciò che ci mette davanti — conversazione difficile, relazione in crisi, dolore. Ogni avversità porta con sé una forma di dolore, a volte fisico, altre psicologico, nonostante i confini non siano così netti come crediamo. In entrambi i casi, richiama la nostra attenzione verso qualcosa che la richiede.
Il dolore è la risposta alla grande varietà di tipi di stimoli (suono, pressione, lesioni, luce intensa) che costituisce per l'organismo meccanismo di difesa.[1]
Quando un tessuto viene danneggiato, le cellule lesionate rilasciano sostanze che attivano i nocicettori, recettori specializzati nella rilevazione del dolore. Tra queste vi è anche la sostanza P, un neurotrasmettitore coinvolto nella trasmissione dei segnali dolorosi.
Secondo la teoria del gate control [2], nel midollo spinale esiste un meccanismo che regola il passaggio dei segnali dolorosi diretti al cervello:
  • Quando subiamo una lesione, questo "cancello" si apre permettendo al cervello di percepire il dolore.
  • In determinate circostanze, però, può richiudersi parzialmente, attenuando la sensazione dolorosa. Questo avviene
    • attraverso altri stimoli sensoriali (ad esempio, sfregare la pelle intorno a una ferita può ridurre il dolore per l'interferenza degli impulsi tattili);
    • attraverso processi cognitivi ed emotivi: emozioni, aspettative ed esperienze precedenti influenzano il modo in cui il cervello elabora il dolore, inviando segnali discendenti che possono attenuarne la trasmissione.
Questa teoria potrebbe spiegare l'incredibile "rito degli uncini" indiano, in cui i partecipanti, per celebrare il potere degli dei, si conficcano degli uncini di acciaio sotto i muscoli della schiena e si lasciano dondolare appesi un'asta; esperienza che per noi provocherebbe dolori indescrivibili, in loro produce stati di celebrazione ed euforia. Inoltre, quando gli uncini vengono tolti le ferite guariscono così velocemente che dopo solo due settimane non è più visibile segno sulla pelle[1].
Il dolore non dipende solo da ciò che accade nel corpo, ma da come la mente lo elabora e interpreta.
Sensazione e percezione sono, infatti, due concetti ben distinti.
  • Sensazione: l'attivazione degli organi di senso per uno stimolo fisico.
  • Percezione: la sua elaborazione e interpretazione da parte del cervello. In altre parole, è il significato che la mente attribuisce a quel segnale, è il vissuto soggettivo dello stesso.
Che ci sia differenza tra sensazione e percezione, e tra dolore e sofferenza, è riportato in un interessante articolo del National Geographic[3], in cui il monaco buddhista Jeong Yeo racconta di aver riportato una profonda ferita alla testa. Inizialmente travolto dal dolore e dalla sensazione del sangue sul volto, invece di combattere la sensazione, rivolse l'attenzione alla propria mente.
Sotto il dolore, racconta, ha scoperto una parte di sé che non era preoccupata per la sua sofferenza. "Quando ho osservato la mia mente, ho visto che non vacillava per la ferita: era serena e tranquilla. Ho capito che, indipendentemente dalle circostanze, la mente è sempre calma e immobile, chiara e silenziosa. Questa è la differenza tra dolore e sofferenza."
Come riportare questo nella nostra vita quotidiana?
I monaci si allenano alla non-discriminazione dell'esperienza nelle due categorie di attaccamento ("mi piace", "lo voglio") e avversione ("non lo voglio"), vivendo l'esperienza della realtà così come si presenta loro, direttamente e senza resistenza. È questa resistenza, infatti, ad alimentare gran parte della sofferenza. Corrado Pensa la descrive bene usando la metafora buddhista della "doppia freccia", analizzata nella newsletter #10.
Fin da bambini, sappiamo che la realtà non va sempre come vorremmo. Eppure, anche da adulti, riusciamo a convincerci che dovrebbe essere così. E soffriamo doppiamente.
"Non evitate la sofferenza", continua il monaco Yeo. "Osservatela con indifferenza e avvolgetela con compassione. Cercate di concludere la giornata dicendo a voi stessi: 'Oggi è stata una giornata difficile. Stai bene? Hai fatto un ottimo lavoro'".
Sii disposto a tollerare le avversità, quindi, anche quando tutto dentro di te ti spinge a fuggire. E sii compassionevole con te stesso.
Rimanere significa concedersi il tempo necessario perché la situazione possa evolvere, perché il dolore possa insegnare e perché emergano risorse che, fino a quel momento, non sapevi di possedere.
Proprio come un albero sviluppa legno più denso e radici più profonde quando cresce esposto al vento (principio definito thigmomorfogenesi), anche noi diventiamo più vivi e funzionali accettando, anziché evitando, le inevitabili avversità della vita.
 
[1] Feldman, R. S., & Amoretti, G. (2017). Psicologia generale. Mc Graw Hill Education.
[2] Melzack, R., & Katz, J. (2004). The gate control theory: Reaching for the brain In Pain (pp. 13-34). Psychology Press.
[3] Blakemore, E. (2025). Come i monaci buddisti riescono ad affrontare sofferenza e dolore attraverso la meditazione. In National Geographic Italia.
 
Grazie per la lettura.
Ogni risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole).

Chantal Lengua
 
Ricevi questa email perché ti sei iscritto alla newsletter di mindfulness La Tazza Vuota.
→ → Trova le edizioni passate sul mio sito, dove potrai invitare un amico a iscriversi
e/o leggere i miei racconti di narrativa.