Intestazione La Tazza Vuota
L’arte del lasciar essere
 
La Tazza Vuota #10 21 Maggio 2026
Cari amici e amiche, riparte la newsletter settimanale "La Tazza Vuota".
Sono infatti tornata dal mio soggiorno di quasi tre mesi a Taiwan presso un monastero Chan (Zen cinese). Molte cose sono successe, sia nei ritiri intensivi, sia nella vita quotidiana, e ho potuto dialogare con monaci che studiano e praticano la natura della mente da oltre quarant'anni, con raggiungimenti che sono difficili da immaginare.
Da questo bagaglio di informazioni ed esperienze attingerò progressivamente nelle prossime edizioni de La Tazza Vuota, aggiungendo collegamenti a ricerche neuroscientifiche che sto scoprendo e che sempre più convergono su due evidenze fondamentali:
1. La serenità è la nostra
condizione naturale.
2. La realtà non è così come ci appare.
Tocchiamo il punto 1: per parlare della serenità è necessario partire della sofferenza / insoddisfazione, il non-appagamento dato da un’esperienza percepita come “non conforme” a come la vorremmo (il traffico, la mancata promozione, la malattia, etc.).
Soffriamo ogni volta che combattiamo e resistiamo a quello che sta fluendo nella nostra vita.
Il maestro Jianzhi Sengcan (500-600 d.C.) afferma che “Il Sentiero Supremo non è difficile se soltanto non scegli e non scarti", ossia sospendendo il giudizio reattivo immediato che etichetta ogni nostra esperienza con dualità (positiva/negativa).
"Sì ma è naturale che, se ho una malattia, soffro", si può pensare.
È vero che se c’è una malattia, c’è dolore. Ma se, da una parte, il dolore diretto non si può semplicemente “annullare” (almeno ai nostri livelli ordinari), d'altra parte il dolore derivante dalla nostra resistenza mentale è un secondo livello, quello che viene definito "doppia freccia"[1]. Mentre la "prima freccia" che ci colpisce corrisponde agli eventi della vita, la seconda è quella che ci infliggiamo da soli.
La mente può trasformare un evento in una storia continua di rifiuto, amplificandolo nel “non dovrebbe essere così”, “non lo sopporto”, “perché a me?”.
Nessuno si sveglia la mattina pensando "Oggi voglio avere una buona dose di ansia e preoccupazione", e nonostante ciò, quando ci guardiamo indietro, vediamo che le nostre giornate sono segnate da queste tensioni. Perché accade? Perché non abbiamo ancora compreso che nella nostra vita non siamo al posto di guida, in quanto abbiamo un controllo:
  • estremamente scarso su ciò che ci accade esternamente e
  • spesso limitato sulla dinamica interna delle risposte emotive.
Un grande fraintendimento è pensare che abbiamo il libero arbitrio, nel senso di poter scegliere di fare ciò che vogliamo. Ma se inteso così, il libero arbitrio ci legherebbe ancora di più all'insofferente dualità di attaccamento/avversione (scegliamo una cosa, scartiamo un'altra) e al desiderio o, per dirlo in termini neuroscientifici, al circuito della dopamina, che sposta ogni volta un po’ più in alto la soglia di ciò che consideriamo appagante (rendendoci quindi legati all'insaziabile). Inoltre, crediamo anche di essere liberi di scegliere, ma la nostra scelta opera dentro un campo già dato, fatto di condizioni, limiti e giudizi. Siamo come quegli specchi dei luna park, allungati, concavi, convessi, ognuno specchiante la realtà in maniera diversa, ognuno limitato dai propri schemi mentali, senza essere libero di assaporare l'esistenza così com'è.
Il libero arbitrio non è essere liberi di scegliere le proprie azioni, ma le proprie reazioni.
E qui è anche la chiave di volta, perché se iniziamo a vedere che la sofferenza nasce dalla resistenza a ciò che accade, diventa possibile fare qualcosa, paradossalmente "non-fare" qualcosa: ossia, fermarsi e osservare. Osservare il desiderio, la paura, il fastidio, così come sorgono, e lasciare che in questo spazio di attenzione, la mente si quieti. La meraviglia è che è estremamente semplice, ma allo stesso tempo difficile: difficile perché nell'istante dopo la mente torna, come d'abitudine, a narrare e giudicare l'esperienza; semplice perché è accessibile, istantaneo e non richiede di aggiungere nulla.
La nostra natura fondamentale è una lucidità viva e serena, la meravigliosa e costante percezione dell'essere vivi. Tutto ciò che la offusca è aggiunto da noi stessi, è un costrutto della nostra mente.
Abbiamo quindi il potere per essere felici, e il primo passo è saperlo. Da questo punto in poi, tutto può essere visto con occhi nuovi.
 
[1] La metafora della doppia freccia citata deriva dagli scritti buddhisti ed è ben descritta da Corrado Pensa nel suo saggio L'Intelligenza Spirituale.

Ecco anche un utile schema per recuperare alcune tematiche delle precedenti mail de La Tazza Vuota. E, come sempre, ogni vostra risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole). Buona lettura!

Chantal Lengua
Tematiche Newsletter
"Chi sono io?" #1, #8
Schemi mentali e sofferenza / insoddisfazione #1, #4, #5
Meditazione e presenza mentale #2, #7
Accettazione della realtà #2
Emozioni, trigger emotivi e contesti relazionali #3, #4, #7, #9
Intuizione e creatività #3
Rilassamento come scelta #3
Giudice interiore / Super-io #5
To do list mentale / attaccamento ai risultati #5
Illuminazione / realizzazione #6
Gioia e meraviglia #7, #8
Impermanenza dell’io e dei fenomeni #8
Svuotamento da preconcetti e schemi mentali #6, #8, #9
Mettā (benevolenza amorevole) #9