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| Perché la 'gestione' della rabbia non funziona | ||
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| Quando cerchiamo di cambiare un aspetto di noi stessi, fisico o psicologico, spesso partiamo da una base di insoddisfazione. | ||
| Possiamo vergognarci della nostra ansia, irritarci per il nostro bisogno di controllo o disprezzare la nostra fragilità. In questi e altri casi, prima ancora di entrare in contatto con ciò che vorremmo trasformare, ci troviamo già in conflitto con una parte di noi. | ||
| Per passare dallo stato A allo stato B, dobbiamo prima accettare profondamente di trovarci nello stato A. Senza questa accettazione, qualsiasi tentativo di cambiamento si trasforma in una lotta contro noi stessi. | ||
| L'accettazione, in questo senso, non è una dichiarazione di resa e non implica che una determinata caratteristica debba rimanere immutata. Per esempio, vediamo come accettare la rabbia nei confronti del prossimo e, soprattutto, di noi stessi — spesso, infatti, siamo noi a trattarci con maggiore durezza di quanto facciano gli altri. Come accettarla, e cominciare a cambiarla, quando la rifiutiamo, ce ne vergogniamo, temiamo le sue conseguenze o che prenda il sopravvento? | ||
| Prima di tutto, è fondamentale rendersi conto che se proviamo avversione o giudizio verso un nostro aspetto, significa che dentro di noi coesistono più parti: c'è l'aspetto di base — la rabbia —, ma ci sono anche le parti che la giudicano e la rifiutano. | ||
| Prima di poterci occupare direttamente di essa e provare training specifici che mirano a gestirla o controllarla, è necessario proprio rivolgere l’attenzione a quelle parti, che, proprio attraverso il loro rifiuto, ne alimentano la tensione. Sono quelle che ripetono: «Non dovresti arrabbiarti», «Perché reagisci sempre così?», «Devi controllarti». | ||
| Le parti critiche e giudicanti hanno bisogno della nostra attenzione, cura, curiosità e compassione per prime: finché lottiamo con esse, non potremo mai accedere all'emozione reale sottostante, quella che vorremmo effettivamente cambiare. | ||
| Queste componenti interne esistono per un motivo: che si siano strutturate nella nostra infanzia, abbiano radici biologiche o siano state modellate dall’ambiente in cui siamo cresciuti, in determinate fasi della vita, la loro rigidità può aver rappresentato una strategia di sopravvivenza che ci ha permesso di affrontare ciò che stavamo vivendo e di mantenerci in equilibrio. | ||
| Il punto di svolta è, dunque, portare curiosità, cura e gentilezza prima a esse. Solo allora si apre naturalmente uno spazio sicuro per connetterci con l'emozione sottostante — che sia la rabbia, la paura o la fragilità. È un processo graduale, fatto passo dopo passo, in cui non c'è nulla da correggere con la forza, né da giudicare o punire. | ||
| La via della trasformazione passa prima dalla capacità di stare accanto a ciò che vorremmo cambiare. | ||
| Questo approccio trova la sua massima espressione nelle parole di Thich Nhat Hanh. Nel bellissimo colloquio con il maestro spirituale Ram Dass registrato nel 1995 (che vi consiglio, su YouTube), il monaco Zen descrive l'atteggiamento con cui dovremmo accogliere proprio la rabbia: tenendola tra le braccia come una madre tiene il suo bambino. | ||
| Perché — continua — non si tratta di un'entità estranea: è una forza interiore che proviene dal nostro stesso essere, esattamente come la consapevolezza e la gentilezza amorevole, quell’atteggiamento benevolo di cura e apertura verso ciò che incontriamo, dentro e fuori di noi (già descritto nella newsletter #9). | ||
| Siamo sempre noi: ciò che emerge dentro di noi e la parte che lo critica e vorrebbe modificarlo. | ||
| Thich Nhat Hanh afferma che ogni volta che la rabbia si fa sentire, la risposta non è respingerla, ma invitare la consapevolezza a prendersene cura, ad esempio attraverso il respiro consapevole (Mindfulness breathing of anger). | ||
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«Inspirando so di essere arrabbiato; espirando mi prendo "una buona cura" ("a good care") della mia rabbia.» — Thich Nhat Hanh |
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| Attraverso la continuità del respiro, l'esperienza della rabbia smette di apparire con la consueta solidità: se si continua a rimanere presenti senza giudizio, avviene una trasformazione nel cuore stesso dell'emozione. | ||
| Thich Nhat Hanh, meraviglioso da leggere e ascoltare anche per la semplicità poetica delle sue immagini, dice che è come la luce del sole con un fiore al mattino: all'inizio i petali sono ancora chiusi, ma il sole continua a posare i suoi raggi su di essi. A poco a poco, la luce penetra in profondità e il fiore non può fare a meno di aprirsi. La nostra rabbia, così come gli altri stati emotivi che vorremmo cambiare, è proprio come un fiore che attende il calore della nostra consapevolezza per poter finalmente sbocciare e trasformarsi. | ||
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Grazie per la lettura. Ogni risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole). Chantal Lengua |
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