Chantal Lengua

Finché qualcuno guarda

«Signorina, se solo potesse prestarmi cinque minuti del suo tempo, le mostrerei, come un prestigiatore, che tutto quello in cui lei ha sempre creduto non è vero. No, no, no, la prego, mi ascolti, si fermi un attimo qui ad ascoltarmi, e partiamo dalle basi.»

Ero stata attratta dal suo cappello, un cilindro a falda stretta, e dal suo strano modo di far girare un quarto di dollaro tra le dita, vagamente ipnotico. Mi sedetti. Arthur non era ancora arrivato, e fuori minacciava pioggia.

«Mi dica, signorina, lei sogna?»

«Come tutti, immagino.»

«Ah, come tutti. Sì, come tutti. E mi dica, adesso sta sognando?»

«Che domande, no, ovviamente.»

«No, la prego, mi convinca che non sta sognando. Perché non sta sognando?»

«Perché sono qui, di fronte a lei.»

«E non potrebbe essere, questa, la situazione di un sogno? Sarebbe inverosimile sognare di parlare a uno sconosciuto, in una bella serata autunnale come questa?»

«No, però...»

«La prego, continui.»

«Non è un sogno perché ricordo di essermi svegliata, stamattina.»

«E non ha mai fatto un sogno, curioso, magari, in cui si alzava da letto, e poi si metteva a volare, o a scappare da qualche losco inseguitore?»

«Sì, ma...»

Mi fermai. L'uomo aveva un pizzetto brizzolato e due occhi che brillavano alla luce della lampada a olio sul tavolo. Sorrideva, come avrebbe sorriso una salamandra se avesse potuto. Ma c'era qualcosa, in lui, che non riuscivo a identificare, come l'indovinello di una sfinge, mellifluo e letale.

«… Ma non ricordiamo mai l'inizio di un sogno.»

«E ricorda l'inizio della sua vita?»

«Beh, sono nata.»

«Le è stato detto. Lei lo ricorda?»

«Non... no.»

Sorrise.

«Nel sogno sei da solo: tutti gli altri sono prodotti dalla tua mente» azzardai allora.

«Stiamo iniziando a sfiorare qualcosa di interessante, signorina. Segua il mio ragionamento, per cortesia. Ciò che dice non è falso: la nostra mente si moltiplica in un teatro eccezionale, di cui siamo protagonisti, antagonisti, aiutanti, spettatori, regia e scenografia. Ma in fondo siamo pur sempre uno, non è vero?»

«Sì.»

«Eppure, mentre sogniamo non ce ne rendiamo conto. Scappiamo veramente da quell'assassino. Amiamo veramente quella donna. Non si può forse dire che è lo stesso, come in questa nostra vita reale?»

«Ma io so che lei non è me

«Ne ha la certezza? Abbiamo detto che in un sogno non possiamo stabilire se la molteplicità del reale sia effettiva o congegnata.»

«Beh, io posso toccarla e sentire che è reale.»

«La prego, lo faccia.» Mi prese con uno scatto le mani tra le sue, facendomi sussultare. Le portò all'altezza del suo viso.

«Non ha mai percepito la morbidezza di qualcosa, in sogno? Il profumo di un dolce, il richiamo di un bambino?»

Feci per tirare le mani indietro, ma rimasi lì, ipnotizzata.

«I nostri sensi, il solo modo che abbiamo per interagire con la realtà, non sono affidabili. Pensi ai miraggi, ai dolori fantasma, ai suoni che sentiamo nel silenzio. Nei sogni ricostruiamo un corpo, un corpo di sogno, dotato di questi stessi sensi, che ci rimandano le stesse sensazioni, con annesse emozioni, di quelle che stiamo vivendo qui, proprio qui e ora.»

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Appoggiò dolcemente le mie mani sul tavolo, battendoci due nocche.

«Mio padre era un falegname. Avrebbe detto che questo era un buon legno.»

«Ma se è così» continuai io con un filo di voce. «Come possiamo essere certi di non essere all'interno di un sogno? E sarebbe il nostro stesso? O saremmo creature sognate da un unico sognatore, come i partecipanti di un sogno, che non sanno di non avere vita ma di essere solo ombre?».

«Oh, non esiste alcun modo per esserne certi.»

E, con la teatralità che lo caratterizzava, si alzò, toccandosi il cappello in segno di saluto.

«Ora mi devo congedare. Spero che questa conversazione sia stata stimolante.»

«Aspetti!»

E uscì. Rimasi seduta al tavolo, da sola, guardandomi le mani. Le osservavo così forse per la prima volta in tutta la mia vita. Mi resi conto di essere viva, tutto d'un tratto. Fu come se mi avessero tirato via dagli occhi un velo trasparente e gommoso, e mi avessero infilato una chiave dietro le scapole, ruotandola tre volte come nei giocattoli di plastica.

Fu un istante: tutto divenne chiaro, completo, perfetto. Poi svanì.

Quel che tornò a popolare la mia mente era nuovamente freddo, grigio e senza nome. Una matassa gibbosa, un fluido, un rigurgito.

Arthur entrò nel locale. Lo guardai come se fossi morta. O viva.

«Non voglio sposarti» ebbi il coraggio di dire. «Non l'ho mai voluto.»

Uscii e corsi sotto la pioggia. Trovai l'uomo con il cilindro che camminava sotto la luce fioca di un lampione e lo afferrai per il bavero della giacca.

«Come si fa? Come si fa a vivere così?»

Non si scompose. Era come se mi stesse aspettando. «Quando tutto è vero e falso allo stesso tempo, non si può che sorridere e stare al gioco.»

«Al gioco di chi?»

«Non c'è nessun chi. C'è solo la vita, il sogno, che si srotola a ogni istante.»

«Ma a quale scopo?»

«Non c'è alcuno scopo.»

«Com'è possibile?»

«Lo scopo è una forma di ordine che la nostra mente aggiunge dopo. Come una cornice su un quadro già dipinto. Lei cerca un fondamento, signorina. Un punto fermo da cui tutto dipende. Ma un sogno non si regge su qualcosa: accade e basta.»

«Dunque è vero? Che siamo in un sogno?»

«Sogno, realtà, che cambia? Per quel che ne sappiamo, possiamo essere personaggi di un racconto, e chi ci legge essere l'unica creatura reale.»

La pioggia si fece più intensa. L'uomo arretrò andando spalle al muro, sotto lo spiovente di un tetto.

Lasciai andare la presa sul suo cappotto.

«Chi sono io?»

«Questa, mia cara, è l'unica domanda che valga la pena di essere posta.»

«Mi dia una risposta!»

«Non posso. Nessuno può. Ma può continuare a porsela, fino a che non romperà il sogno, o fino a che non finirà il racconto.»

«E quando finirà?»

«Anche adesso, se vuole.»

«Non voglio che finisca.» Alzai lo sguardo, e una goccia mi cadde nell'occhio. Tirai su con il naso. D'improvviso, avevo freddo. «Se finisce, cesserò di esistere.»

«Se è un racconto, vivrà nella mente di chi legge.»

«Non saprà neanche il mio nome.»

«Per questo sarà ancora più incisivo. Sarà un simbolo.»

«Di cosa?»

«Di chi sogna, di chi è sognato e di chi, senza saperlo, tiene insieme entrambe le cose.»

 

 

 

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