Abernathy diceva che dell'aria fosse il principe e del vento il re, ma Carter non si sentiva né l'uno né l'altro. Immerso in una luce azzurra che gli tagliava il viso lasciando il resto del cockpit in penombra, saliva a quota 40.000 piedi e socchiudeva gli occhi gonfi di nuvole. Nella cabina passeggeri alle sue spalle, la delegazione degli Emirati Arabi Uniti e il signor Abernathy sorseggiavano un Château Latour da 1800 dollari discutendo delle concessioni sul canale di Suez.
Era stato proprio il proprietario del jet, Abernathy, a scegliere Carter. Una mattina d’aprile, dolce e fredda, aveva inviato un emissario alla US Air Force, aveva intercettato quel giovane pilota al rientro da un volo di addestramento su un F-16 Fighting Falcon e gli aveva proposto di lavorare per lui. Carter aveva ventiquattro anni. Ora ne aveva quarantasette.
Abernathy aveva quel suo modo aggraziato di lisciarsi la barba spruzzata di grigio quando ascoltava gli altri, a occhi fini. Conosceva cinque lingue e quelle che non conosceva le capiva lo stesso. Respirava a fondo, lentamente, e comprendeva moti dell'animo umano che andavano al di là della materia e dello spirito. Sarebbe morto entro sei mesi e l'impero sarebbe andato a suo figlio Sebastian, che ora entrava nel vano passeggeri aggiustandosi la cerniera dei pantaloni. Aveva cercato in tutti i modi di farlo crescere come il robusto salice ch'era lui, ma s'era fermato a essere giunco, che agitava le fronde a ogni sbalzo di vento e non era buono a fare un frutto.
Quando Abernathy morì, lo piansero anche detrattori, concorrenti e invidiosi. Il figlio cominciò a decimare gli impiegati piazzandoci amici e donne che era riuscito a portare a letto con la sola forza del suo cognome. Carter rimase. Al funerale sedeva dietro ai familiari, nella Washington National Cathedral, dove tutti erano vestiti di bianco e avorio. «Voglio che celebriate la vita, che della morte è la prosecuzione» aveva detto Abernathy quando il cancro lo aveva stretto nell'ultimo abbraccio. Carter non aveva pianto, ma qualcosa dentro di lui si era rotto. Aveva perso un padre, quel giorno.
Per il suo vero figlio, al contrario, sbocciò la vita, la libertà. Sebastian Abernathy delegò la gestione finanziaria a uomini che sapevano far di conto e si girò Europa, Asia e Oceania sul jet, chiudendo le tende che lo separavano dalla cabina di comando quando portava le ragazze. Alcune andavano poi a sedersi dietro a Carter, indicavano i pulsanti, le leve, gli schermi, facevano domande e non ascoltavano le risposte. Vedevano il pilota, il viso di tre quarti affilato e ben scolpito, e cercavano di attirare la sua attenzione ridacchiando. Lui ricordava quando nel vano passeggeri si discuteva di energia rinnovabile, di progetti umanitari e di soluzioni al male del mondo, l'umanità, che succhiava dal seno della Terra con l'avidità insaziabile del parassita.
«Ce l'hai una moglie, Carter?» gli fece Sebastian un giorno, la camicia ancora aperta e un velo di sudore sulla fronte.
«No, signore.»
«Perché, non ti funziona?»
«Questa vita non permette di avere una moglie, signore.»
«Poco importa. Come fai di nome, Carter?»
«Matt.»
«Matt, domani verrai con me sulla Santiago. Ce l'hai il costume?»
«No, signore.»
«Te ne darò uno io.»