Chantal Lengua

Golden Veto

Abernathy diceva che dell'aria fosse il principe e del vento il re, ma Carter non si sentiva né l'uno né l'altro. Immerso in una luce azzurra che gli tagliava il viso lasciando il resto del cockpit in penombra, saliva a quota 40.000 piedi e socchiudeva gli occhi gonfi di nuvole. Nella cabina passeggeri alle sue spalle, la delegazione degli Emirati Arabi Uniti e il signor Abernathy sorseggiavano un Château Latour da 1800 dollari discutendo delle concessioni sul canale di Suez.

Era stato proprio il proprietario del jet, Abernathy, a scegliere Carter. Una mattina d’aprile, dolce e fredda, aveva inviato un emissario alla US Air Force, aveva intercettato quel giovane pilota al rientro da un volo di addestramento su un F-16 Fighting Falcon e gli aveva proposto di lavorare per lui. Carter aveva ventiquattro anni. Ora ne aveva quarantasette.

Abernathy aveva quel suo modo aggraziato di lisciarsi la barba spruzzata di grigio quando ascoltava gli altri, a occhi fini. Conosceva cinque lingue e quelle che non conosceva le capiva lo stesso. Respirava a fondo, lentamente, e comprendeva moti dell'animo umano che andavano al di là della materia e dello spirito. Sarebbe morto entro sei mesi e l'impero sarebbe andato a suo figlio Sebastian, che ora entrava nel vano passeggeri aggiustandosi la cerniera dei pantaloni. Aveva cercato in tutti i modi di farlo crescere come il robusto salice ch'era lui, ma s'era fermato a essere giunco, che agitava le fronde a ogni sbalzo di vento e non era buono a fare un frutto.

Quando Abernathy morì, lo piansero anche detrattori, concorrenti e invidiosi. Il figlio cominciò a decimare gli impiegati piazzandoci amici e donne che era riuscito a portare a letto con la sola forza del suo cognome. Carter rimase. Al funerale sedeva dietro ai familiari, nella Washington National Cathedral, dove tutti erano vestiti di bianco e avorio. «Voglio che celebriate la vita, che della morte è la prosecuzione» aveva detto Abernathy quando il cancro lo aveva stretto nell'ultimo abbraccio. Carter non aveva pianto, ma qualcosa dentro di lui si era rotto. Aveva perso un padre, quel giorno.

Per il suo vero figlio, al contrario, sbocciò la vita, la libertà. Sebastian Abernathy delegò la gestione finanziaria a uomini che sapevano far di conto e si girò Europa, Asia e Oceania sul jet, chiudendo le tende che lo separavano dalla cabina di comando quando portava le ragazze. Alcune andavano poi a sedersi dietro a Carter, indicavano i pulsanti, le leve, gli schermi, facevano domande e non ascoltavano le risposte. Vedevano il pilota, il viso di tre quarti affilato e ben scolpito, e cercavano di attirare la sua attenzione ridacchiando. Lui ricordava quando nel vano passeggeri si discuteva di energia rinnovabile, di progetti umanitari e di soluzioni al male del mondo, l'umanità, che succhiava dal seno della Terra con l'avidità insaziabile del parassita.

«Ce l'hai una moglie, Carter?» gli fece Sebastian un giorno, la camicia ancora aperta e un velo di sudore sulla fronte.

«No, signore.»

«Perché, non ti funziona?»

«Questa vita non permette di avere una moglie, signore.»

«Poco importa. Come fai di nome, Carter?»

«Matt.»

«Matt, domani verrai con me sulla Santiago. Ce l'hai il costume?»

«No, signore.»

«Te ne darò uno io.»

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La Santiago, battezzata Santiago Isabela, era uno yacht da sessantaquattro metri che batteva la bandiera delle isole Cayman. Ormeggiata a Rodi, salpò per le isole del Peloponneso quando i due uomini e una mezza dozzina di ragazze lo raggiunsero.

«Com'è essere un pilota?» gli cinguettavano in topless.

Cosa rispondere? Come ridurre a una sola frase l’ebbrezza dell’infinito azzurro, del ronzio grave del motore, della sua vibrazione continua e quasi animale, dell’adrenalina della notte, quando tutt’intorno erano solo stelle e fulmini?

«L'amore di una vita.»

Quelle si scioglievano e il miliardario grassottello lì sdraiato passava in secondo piano. Pensò di non portarcelo più, sullo yacht, quel pilota statuario che parlava poco e lo faceva sembrare un idiota, ma se lo teneva stretto quasi potesse diventare lui per osmosi.

«Che cos'hai di tanto speciale?» gli chiese un giorno, ormeggiati al porto di Kos. Le ragazze erano scese e altri ospiti sarebbero giunti: li aspettavano con l'intero equipaggio spiegato e lustrato come gli argenti nella vetrina di un uomo che li aveva rubati senza conoscerne il valore.

«So ascoltare.»

«Beh, anche io so ascoltare. Tutti sanno ascoltare.»

Carter, che da una settimana attendeva di sbarcare per tornare al suo vero lavoro e che aveva invece inteso di dovergli fare ancora da dama da compagnia, fu per la prima volta acre.

«Lei non ascolta. Aspetta in silenzio di tornare a parlare.» Pausa. «Con rispetto, signor Abernathy.»

«È la stessa cosa. E non mi chiamare “signor Abernathy”: quello era mio padre.»

Vennero gli ospiti. Un uomo gonfio, forte, rasato a zero e con l'ombra scura della ricrescita, monsieur Étienne Montclair, magnate della logistica offshore. Con lui quattro donne e pesanti bauli Louis Vuitton. Sebastian squittiva come un topolino mentre saltava di qua e di là mostrandogli la Santiago. Quello lo seguiva, poco impressionato. Indossava anelli d'oro e carbonio e un tatuaggio sul collo con scritto Rien ne pardonne. Carter rimase solo, a fissare l'orizzonte oltre il porto. L’azzurro infinito del cielo gli ricordava che non apparteneva né alla terra né al mare.

 

Delle quattro donne, due erano destinate a Sebastian, la terza, la più appariscente, stava con Montclair e l'ultima, la più giovane, si teneva in disparte, mangiava poco e parlava ancora meno. Era lei che guardavano i ragazzi dell’equipaggio, che Carter frequentava per sfuggire all’ego ipertrofico di Sebastian.

«Che cosa legge?» Gli si avvicinò nella sera del secondo giorno. Luce d’amaranto le animava i capelli scuri, dorandole la pelle e il lino bianco che indossava.

«Al dio sconosciuto» mormorò lui sollevando la copertina a mo' di riprova. «Steinbeck.»

«Posso?». Carter indugiò. Nel lungo testamento di Arthur Abernathy quel libro occupava una piccola riga, unico lascito per lui. Lo conservava con cura e ne passava spesso le dita sul dorso ruvido. Lo depositò con riluttanza sulla mano aperta della ragazza, che lo aprì a metà.

«Sottolinea in maniera strana. Qualche parola, qui e là.»

«Non era mio.»

«Arthur Abernathy» lesse lei, andando alla prima pagina. Glielo riconsegnò, tirò indietro i capelli, si sedette sulla sdraio. «Sebastian mi ha detto che temeva le avrebbe lasciato l'impero.»

«Non ero suo figlio.»

«Eppure compete con lei come con un fratello maggiore.» Gli allungò una mano. «Camille Montclair.»

«Matt Carter.» Gliela strinse. «Presumo sia la figlia di monsieur Montclair.»

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«Sì. Senza sapere il cognome non è facile da indovinare. Mio padre va a letto solo con ragazze che hanno la mia età.»

Carter esibì un sorriso fine.

«Benvenuta sulla Santiago, miss Montclair.»

 

Camille era un’eccellente giocatrice di scacchi. Quando gli altri giravano per grotte, spiagge e calette, i due rimanevano a giocare nell’area lounge di prua, sull’upper deck. Carter la lasciò vincere un paio di volte, poi lei se ne accorse, si indispettì e minacciò di non giocare più. Da quel momento le partite si fecero tese, interrotte da risate e da un vento secco che portava i garriti dei gabbiani. Scoprì che aveva diciotto anni meno di lui, era allergica alle noci e aveva una piccola azienda di import-export di lusso, a Parigi, Londra e Milano. Era sulla Santiago perché Sebastian, avendola vista su una rivista, aveva insistito perché il padre la portasse, altrimenti avrebbe fatto saltare l'accordo.

«Quale accordo?» le fece Carter.

«Non lo so e non mi importa.»

Quella sera, il cielo era terso e nero, la luna non ancora sorta. Carter sedeva a prua, respirando con le stelle.

«Passa troppo tempo con mia figlia.» Étienne Montclair trascinò una sedia davanti alla sua sdraio, le aste di metallo che raschiavano il pavimento in teak e gomma. «Je n'aime pas ça» aggiunse. «Non mi piace proprio.»

Carter sorrise, affabile, il sorriso che usava con tutti e che non lasciava entrare nessuno. «Gioca bene a scacchi, monsieur Montclair. Tutto qui.»

L’altro lo fissava negli occhi in silenzio, girandosi gli anelli tra le dita. Pareva un cane che fremesse in astinenza dal suo osso.

Quella notte Carter la sognò. Sognò di portarla su una spiaggia sottovento e possederla senza neanche toglierle il costume, spostando le mutandine e sentendola gemere tra le labbra. Poi arrivò Sebastian a vantarsi di quanti cavalli aveva, e il sognò si rovinò. Quella mattina, a colazione, il rampollo prese davvero a parlare del suo maneggio in Ohio, e Carter ebbe la sensazione che il suo fosse un sogno premonitore. Ma la Santiago attraccò a Skiathos, ultima tappa, e gli ospiti scesero.

«Prepara l’aereo. Parigi, poi Montecarlo» gli fu ordinato.

A terra, Matt e Camille tornarono a essere sconosciuti, lui in uniforme, lei schermata dalla figura tarchiata del padre. Solo una volta la sentì sedersi dietro a lui, nella cabina di pilotaggio, in silenzio. Quando atterrarono, le sue dita lo sfiorarono mentre gli passava accanto per sbarcare.

Sebastian gli fu presto addosso. «Montecarlo fa schifo, è vecchia, l'ho detto per far piacere ai francesi. Andiamo a Vegas.» Se lo trascinò tra slot e tavoli verdi, trascinandolo nelle lounge VIP e presentandolo ad armatori e magnati. Nella capitale dell’opulenza si muoveva come il principe che non era mai riuscito a essere nella Abernathy Enterprises. E vinceva, vinceva spesso. Nella sua disordinata cacofonia, Carter cominciò a trovarlo buffo, impacciato. Solo.

«Dovremmo farci un tatuaggio uguale, Matt.»

Lui ridacchiò. «Non credo.»

«Dai. In cambio di cosa lo faresti?»

«Un HondaJet Elite II potrebbe andar bene.»

«Un che?»

«Un jet.»

«Non ce l’ho dietro.»

«E allora niente tatuaggio.»

Sebastian mise un finto broncio. «Forse dovrei sposarmi. Stanotte. Sì, stanotte. Una sconosciuta. Tu faresti da testimone. Che ne dici?»

«Dico che è meglio rientrare in albergo.»

«No, no.» Si fermò di colpo e un po' dello champagne nel bicchiere cadde a terra. «Torniamo a Parigi. Stanotte. Devo parlare con Étienne Montclair.»

«Non è una buona idea. Esistono i telefoni.»

«Tu non capisci, per queste cose ci si deve guardare negli occhi. Negli occhi, hai capito?»

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«Non possiamo partire ora.»

«Perché?»

«Non dormo da più di venti ore.»

«E che vuoi che sia, cazzo.» Crollò su una poltrona del Bellagio venti minuti dopo e se ne dimenticò al risveglio. Venne invece chiamato a Washington, dal consiglio di amministrazione e ci andò come un alunno alla lavagna senza aver studiato. Al ritorno, in aereo, era scuro in viso. Si sedette dietro il sedile del pilota, grattandosi le unghie.

«Non me lo dicono in faccia ma mi odiano, Waterford soprattutto» mormorò. «Io sono sempre stato onesto. Non mi importa di trust, holding, flussi, robe così. Non le capisco. C’è un motivo se ho lasciato in mano tutto a loro.»

«Che accordo hai fatto con Étienne Montclair, Sebastian?»

«Non c'entra. Non mi hanno chiamato per quello. E comunque non ho ancora firmato.» Si versò da bere. «Lo riporto sulla Santiago, tra tre settimane. Ci sarai anche tu. Gli stai simpatico.»

«Ne dubito.»

Ci aveva sperato, ma non avrebbe dovuto: Camille sarebbe venuta? Era una distrazione troppo rischiosa, giovane e fuori portata. E invece eccola lì, a prua, con i fiori raccolti a Kalymnos ancora intrecciati tra i capelli, seduta davanti al computer come se quel punto dello yacht fosse suo. Sollevò lo sguardo e lo osservò in controluce, schermandosi con una mano. Non si erano ancora parlati, non con Étienne che vagava sui pontili.

Sebastian organizzò una festa a metà settimana: fece allestire la zona piscina con una fog machine e due consolle da deejay e ordinò più bottiglie di quelle che le celle frigorifere potessero contenere. Una lancia portò delle ragazze da Bodrum, fece dietrofront e ne portò delle altre. Non era tramontato il sole che le bottiglie venivano aperte in sequenza, il ghiaccio scivolava ovunque e strisce di cocaina imbiancavano i tavolini di mogano massello. A Carter sembrava di essere in The Wolf of Wall Street.

«Non ti piace la festa.» Camille gli si avvicinò sul ponte superiore, dove della musica arrivavano soprattutto le vibrazioni dei bassi.

«Nemmeno a te.»

«Io almeno faccio finta.»

Lui sollevò un sopracciglio, appoggiando i gomiti sul parapetto. «Non mi sembra.»

«Ah, mi tieni d’occhio?» Era divertita. Gli occhi le si illuminavano, quando flirtava, prima ancora che un piccolo sorriso potesse tradire le sue intenzioni.

«Fa parte del mestiere.»

«Che pensavo fosse pilotare aerei.»

Lui raccolse la sfida. «Anche capire ospiti e passeggeri.»

«Che risposta da pilota.»

«Esistono risposte da pilota?»

«Mmh, sì. Quelle che ti fanno atterrare bello liscio, in sicurezza» rispose, mimando con una mano orizzontale un aereo che si appoggiava sul parapetto accanto a lui. Carter si allontanò di un passo.

«Tuo padre è di sotto, Camille. Non voglio problemi.»

«Mio padre ha la testa tra le tette di una prostituta turca, Matt. Non dire che ne hai paura.»

Non rispose. «Torna alla festa, Camille.»

«È un ordine?»

«Più un consiglio.»

«Allora resterò qui, che laggiù è una merda.» Tirò fuori una sigaretta e l’accese senza guardarlo, volgendo il viso verso l’orizzonte nero.

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«È uno yacht molto grande» insistette lui.

«Negli altri punti mi annoio.»

«Qui no?»

«Qui dipende da te.»

«È una responsabilità notevole.»

«Te la caverai. Vuoi un tiro?»

L'ultima volta che Carter aveva fumato aveva vent’anni. Gli sembrava di essere tornato a quell'età, con quella ragazza a piedi nudi che gliela offriva togliendosela dalle labbra rosse.

«Mi chiedo quanto manchi, Camille».

«Quanto manchi a cosa?»

«Al momento in cui questa smette di essere una conversazione e diventa un problema.»

Lei arricciò gli angoli della bocca, riprendendosi la sigaretta offerta. Aspirò lentamente. «L’hai già detto che non vuoi aver problemi. Eppure sei ancora qui.»

«Sto cercando di evitarne uno più grande.»

«Quale?»

«Quello che succede se continuo a rimanere qui.»

Lei prese un'ultima boccata, poi spense la sigaretta fumata a metà. «Possiamo sempre spostarci.»

Cominciarono a strapparsi i vestiti che la porta della sua cabina era ancora chiusa. La aprì Carter, cercandone la maniglia tastando il legno dietro la sua schiena, contro cui l'aveva spinta. La prese per i fianchi, la sollevò e la fece cadere sul letto, finendole sopra e coprendola con tutto il corpo. Come nel sogno, la entrò dentro spostandole solo le mutandine, e la strinse al collo con una mano mentre le affondava dentro, respirando il suo fiato mozzato e riempiendosi la bocca della sua lingua.

Non avevano il lusso del tempo. Si sistemò e tornò sul main deck, ma quando la festa si spense e i miliardari si ritirarono nelle cabine con le ragazze, anche lui tornò da Camille, indugiando nel problema che andavano creando insieme.

Quelli furono i loro momenti, rubati, senza romanticismo, diretti e affamati. Di giorno si scoprivano spiandosi, di notte si spogliavano scoprendosi. Proseguirono così per due crociere, a due mesi di distanza, organizzate da Sebastian per conquistare Étienne Montclair e affinare i termini del loro accordo. Delle tre cose in croce che sapeva fare, una era parlare il francese, e quello usava sulla barca, così che né l'equipaggio né le ragazze li capissero. Camille intanto rimaneva serrata dietro al computer, o al telefono, impegnata nel suo lavoro di terra che portava avanti senza rinunciare a vedere il “pilota di mare”, come lo chiamava.

Anche Sebastian aveva provato a portarsela a letto, ma senza risultati. «Mi resiste, Matt. Probabilmente le piacciono le donne.»

«Sicuramente, Sebastian.»

Giunse l'autunno e la Santiago fu messa in secca al porto di Olbia, in Italia. Tornarono quindi a Washington, poi in Ohio, e mentre Sebastian curava cavalli e conigli, uniche creature che gioissero a vedere lui e non il suo denaro, Carter ebbe il suo periodo di riposo. Aveva il numero di Camille ma non le scrisse. Erano stati momenti fuori dal tempo, quelli, sospesi e irreali. Pensò fosse finita quando ricevette un suo messaggio: Quanto manca, Matt?

Un invito. Prese un aereo, questa volta da passeggero.

Alloggiava in un attico nel terzo arrondissement parigino: dal balcone vedeva Montmartre, dal tetto la Senna. Trascorsero tre settimane in una sorta di luna di miele. Di sera cominciavano i film senza finirli, di mattina si tiravano nel letto a vicenda, prima che lei andasse al lavoro. Lui cucinava per lei, senza noci. Pianificavano di andare a Cannes e Saint-Tropez ma poi si chiudevano in camera tutto il weekend. Pieni l’una dell’altro, si bastavano da soli.

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Quando il lavoro lo richiamò negli States, però, dovette prendere una decisione.

«Dobbiamo finirla qui.»

Lei stava rannicchiata a gambe nude su una poltrona, mai seduta composta quando era rilassata. Si raddrizzò.

«Lo vuoi davvero?»

«No.»

«E allora non dirlo.»

Distolse lo sguardo, puntando verso la vetrata.

«Questa storia non ha un lieto fine, lo sai anche tu.»

«Sì, ma pensavo avessimo più tempo. Pensi già alla fine e abbiamo appena iniziato.»

«Lo sai che più andiamo avanti più farà male. Lo sai. Non farmelo spiegare.» Le prese il viso con una mano, abbassandosi a baciarle le labbra. Lei inarcò il dorso per riceverlo.

«Quanto manca, adesso, Matt?» lo canzonò.

«Non ti chiederò “a cosa”.»

«Non me la vuoi dar vinta. Sulla Santiago lo facevi.»

Lui raccolse la sua giacca, la indossò. «Va bene. Quanto manca a cosa, Camille?»

«A quando finirai il carburante per scappare, pilota.» Stava scappando, sì. Cosa temeva? Non Étienne Montclair, non la differenza d'età, non la perdita del lavoro. Ci rifletté sul volo di ritorno, e la risposta gli giunse lampante, frastornandolo, quando Sebastian gli venne incontro abbracciandolo. Era il debito verso suo padre, Arthur Abernathy, che più volte gli aveva chiesto di aver cura del figlio. Avevano una dozzina di anni di differenza, e benché fosse un completo idiota, lasciarlo solo gli sembrava un tradimento. Venne l'inverno e tornò a essere il pilota suo e del consiglio dell’Abernathy Enterprises, i cui dirigenti si mostravano con due facce. Quando volavano con il rampollo erano affabili, parlavano di cavalli e di cricket. Da soli, lo ridicolizzavano e tiravano fuori i numeri scottanti: bilanci, margini operativi, profili di rischio. Carter era una presenza neutra, in questo, come parte dell’avionica di bordo. Una sera tuttavia, mentre sorvolavano Atlanta, Jim Waterford, vice amministratore delegato, si sedette dietro a lui.

«Matt Carter, vero?»

«Sì, signore.»

«Dicono che il giovane Sebastian la tenga in stima.» Carter non rispose. «E che fosse leale al signor Abernathy, pace all'anima sua.»

«Cosa vuole chiedermi, signor Waterford?»

«Abbiamo ragione di credere che Sebastian stia per chiudere un accordo con il miliardario francese Étienne Montclair. Lo conosce.»

«Sa che lo conosco. Vada dritto al punto.»

«È diretto, mi piace. Bene, non vogliamo che l’accordo vada in porto. Deve convincere Sebastian a tirarsi indietro.»

«Perché?»

«Preferiamo non discutere dei dettagli.»

«Non posso convincere un uomo se non ne so il motivo.»

Waterford sospirò, stringendosi più a lui.

«Tutti credono che Montclair tratti di metalli rari e della logistica che ne governa trasporto e capitali. Ma non è così, o meglio, non solo.» mormorò «Miniere, navi e raffinerie non sono veramente sue. Eppure controlla tutto.»

«Come?»

«Prestiti, concessioni, società schermo, governi corrotti. Ha le mani ovunque, e sono sporche. Se una miniera chiude, ne apre un'altra. Se un governo cade, ha già parlato con quello dopo. È un lupo, signor Carter, di quelli che mangiano i suoi stessi simili.»

«E che cosa vuole dall’Abernathy Enterprises?»

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«Ha fatto il cane sciolto per troppo tempo, ora deve costruire credibilità.» Si sporse leggermente in avanti. «Noi possediamo terminal portuali, compagnie di logistica, infrastrutture che il signor Abernathy ha costruito in decenni con contratti con i governi e certificazioni ambientali pulite. Con l'accordo, Montclair potrà far passare le sue merci attraverso una rete impeccabile. Se un carico arriva da un suo contractor opaco dell'Africa centrale, qualcuno fa domande; se arriva attraverso la nostra infrastruttura, nessuno alza lo sguardo.»

«Sebastian gli sta vendendo rotte e porti, quindi.»

«Molto di più, signor Carter. Gli sta vendendo una verginità commerciale che suo padre ha impiegato quarant'anni a costruire. Ha capito adesso?»

 

Sebastian galoppava sul suo purosangue arabo. Quando vide Carter dietro la staccionata gli venne incontro, smontando con un salto. I suoi occhi splendevano come quelli di un bambino.

«Matt! Che ci fai qui?»

«Andiamo a farci un giro, Sebastian.»

«Sì, prenditi un cavallo. Sceglietene uno qualsiasi.»

«No, grazie. Se non vola, non è il mio mezzo.»

Le foglie di faggio frusciavano sotto i loro passi. Un cerbiatto sbucò dalla selva, li guardò con occhi grandi come fanali e si dileguò facendo saltellare la corta codina bianca.

«Sono contento che stiamo diventando amici. All’inizio mi pareva avessi sempre una scopa nel culo.»

«Te la mettono nell’Air Force e poi non te la tolgono più.»

Risero. Non era poi così male, quel ragazzo, quando non aveva davanti qualcuno da impressionare o da portarsi a letto. Per la prima volta Matt vide un figlio cresciuto senza padre e sentì che non fosse il momento di parlare di asset portuali e accordi. Ma l’argomento riemerse pochi giorni dopo, quando apprese che era in previsione un'altra crociera con Étienne Montclair sulla Santiago, al largo delle Baleari.

«Annulla l'accordo, Sebastian.»

«Perché?»

«Montclair è pericoloso, non gioca pulito.»

«Da quando te ne frega? E poi, in questo mondo nessuno gioca pulito. Te ne ha parlato lui, vero? Quel coglione di Waterford? Oppure è stato Johnson, o McGreen? Che se ne vadano tutti a fanculo.»

«Sebastian, cosa ti ha promesso? Ancora più soldi?»

«Soldi? No, no: grandezza. Un circuito immenso, metalli rari, più navi, accordi con nazioni che prima ci sognavamo: Congo, Gabon e Nigeria, solo per dirne tre. È crescita immediata, non pappa da consiglio d’amministrazione. Per questo quei coglioni non capiscono.»

«È gente che sa quello che fa, Sebastian.»

«Ah! Non mi serve un altro consulente, figuriamoci se è un pilota. Se non ti sta bene prenditi un Ryanair e fatti un’altra vacanzina dalla figlia. Già, credevi che non lo sapessi? Ho uomini alla CIA e decine di miliardi di fatturato annuo, non sono il coglione che tutti voi pensate. Se volessi potrei distruggerti e invece sono qui a bere whiskey con te. E tu mi ripaghi così. L'accordo si fa, e a marzo saliamo sulla Santiago. Se no, puoi anche licenziarti.»

Per la prima volta da ventitré anni, Carter fu sul punto di dirlo: mi licenzio. Prendersi i soldi e volare da Camille, trovarsi un impiego con un altro imprenditore o come pilota di linea. Poi sospirò.

«Tuo padre aveva altre priorità.»

«Già, mio padre. Vedi di ricordare il tuo posto.»

Non si parlarono per settimane. Perfino quando doveva prendere l'aereo, gli mandava un emissario a riferirgli i piani di volo. Waterford intanto telefonava a Carter troppo spesso, chiedendogli aggiornamenti. Era divenuto una pedina di strategia e non sarebbe riuscito a smarcarsi a meno di non convincere il ragazzo. Sebastian, però, arrogante e testardo, non avrebbe fatto il primo passo, così dovette presentarsi a casa sua con un coniglio di razza in una gabbietta, un holland lop: glielo aveva consigliato Eva, la segretaria di Waterford, che tra le varie mansioni annoverava quella di tenere traccia di vizi e capricci del principino.

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«Cos’è, una proposta di pace o un'ammissione di colpa?» disse lui, prendendolo in braccio e accarezzandolo tra le orecchie. «Non so se lo fai per me o per farti un'altra settimana in vacanza con Camille Montclair.»

«Entrambi.»

«Almeno sei onesto. Questo lo apprezzo.»

Nei giorni prima di salire sul Santiago, tuttavia, il ragazzo si fece irrequieto. Fumava spesso erba, non rispondeva al telefono, girava per casa in accappatoio. L'acme crebbe a Ibiza, quando dalla sua grossa Audi nera scese Étienne, corpulento nel suo giubbotto Versace nero, con al seguito la compagna e un uomo in giacca e cravatta. Carter si sporse, ma di Camille non c'era traccia. Sebastian si torceva le dita e non parlava più in falsetto saltellando di qua e di là come quando faceva il pavone con quel rapace più grosso di lui.

Quell’incontro sulla Santiago era diverso. Niente feste, niente ragazze. Parlavano in francese, ma sempre più spesso Sebastian spostava il discorso sull’inglese, soprattutto in presenza di Carter. Una notte gli piombò addosso, svegliandolo nella sua cabina.

«Sto facendo un casino» disse. «Devi aiutarmi.» Non ebbe neanche la forza di dire “Te l'avevo detto”, che l'altro incalzò. «Devi ucciderlo.»

«Cosa?»

«Sa troppe cose.»

«Di che?»

«Dell’azienda, mie, dei conti, dei porti, pure di Waterford.»

«E come le sa?»

«Gliele ho dette io. Ho sbagliato, okay? Puoi rimediare.»

«No, non lo ucciderò, Sebastian.»

«È il solo modo. Qui è rilassato, non ha guardie.»

«E quell’uomo che si è portato dietro?»

«È il suo legale. Ti dico, qui è vulnerabile. Una volta tornati a terra sarà impossibile.»

«Non avevi tu i milioni, i miliardi e la CIA?»

«Non prendermi per il culo.»

«Sono serio.»

«Mi fido solo di te.»

«Non lo farò, scordatelo. Torna a dormire, domani chiamiamo Waterford e vediamo cosa fare.»

«Non hai capito. Ho firmato oggi. ‘Stasera.»

«Cosa? E perché?»

«Mi ha spaventato, okay? È per quello che c'era il legale.»

«Gesù…» Carter si alzò e si vestì. Uscirono in motoscafo, e al largo della Santiago chiamarono Waterford. Era sera a Washington e rispose subito. Ma non c'era niente da fare. Se la firma sui documenti era di Sebastian, e in presenza del legale di Montclair, l'accordo era valido e il sistema si sarebbe messo in moto. Interrogato su clausole, rotte e volumi, Sebastian sapeva dire poco. «Ha deciso tutto lui» continuava a ripetere. «Ha deciso tutto lui.»

Montclair scese al porto successivo, tanto di buon umore che strinse la mano pure a Carter. Sebastian era pallido come uno spettro.

«Ci vogliono a Washington» gli disse. «Tutti e due.»

Quando entrarono nella sala, Sebastian camminò con la coda tra le gambe, facendosi piccolo nella poltrona che in tempo era stata di suo padre. Waterford invece era raggiante.

«Signori, una buona notizia. L'accordo non è eseguibile».

«Sì, cazzo!» Sebastian saltò sulla sedia. «Ecco perché vi pago.»

«Non siamo stati noi. Siediti e, buon Dio, non rovinare quella poltrona.» Si tolse gli occhiali. «È come speravamo: gli asset che Sebastian ha provato a svendere a Montclair sono blindati. È scattata l'autorità di veto.»

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«Dio benedica Arthur» si lasciò sfuggire McGreen.

«Veto? Quale veto?» premette Sebastian.

«Un anno fa tuo padre ha nominato un fiduciario a protezione delle risorse strategiche da manovre azzardate e quel ruolo è rimasto inattivo, non necessario. Il problema è che la sua identità è sconosciuta: la documentazione è schermata da un trust che lo identifica semplicemente come “golden veto holder”.»

«Lo stronzo mi comanda anche da morto. Fantastico.» Una risata forzata. Sudava. «E come lo troviamo, questo tizio?»

«Non lo troviamo, non possiamo. Il notaio ha una procedura di identificazione sigillata, che scatta se il fiduciario si presenta con una stringa di autenticazione. Allora può bloccare o approvare l’accordo, altrimenti resta sospeso.» Fece una pausa. «Carter, lei ne sa qualcosa?»

«Io?» Si levò la sua voce, dal fondo. «Economia e trust aziendali non sono il mio forte, signor Waterford. Sono un pilota.»

«Lo sappiamo, ma conosceva Arthur. Se sa qualcosa, è l'ora di dirlo.»

Non rispose perché non c'era niente da dire. Almeno, non in quella sede. La riunione si chiuse in aggiornamento e a Sebastian fu ordinato di tenere un profilo basso finché non fosse chiara la reazione di Montclair. Se i suoi legali erano bravi – e lo erano – avrebbe saputo del golden veto holder entro mezzogiorno e Waterford temeva un rapimento con richiesta di riscatto.

Indovinò lo scenario, sbagliò il bersaglio.

Vennero a prendere Carter la mattina seguente, poco prima del volo previsto per l’Ohio. Due uomini in completo gli si affiancarono, indicandogli un furgone: non poté non seguirli. Incappucciato, legato, bendato, trascorse una decina di ore senza bere né mangiare, trovandosi infine in una stanza disadorna, con una porta che dava su un bagno senza specchio. Poteva essere ovunque nel mondo: sapeva solo di essere stato su un aereo e di aver sentito parlare francese, troppo francese. Nelle settimane successive gli venne aperta la porta e lasciato il cibo a terra. La dieta pareva mediterranea, di notte sentiva lo sciabordare del mare. Era in Francia, in Normandia, in Costa Azzurra? Avrebbe dovuto venirci con Camille quando aveva potuto.

La noia lo mangiava vivo. Insopportabile, peggio di un interrogatorio o di una tortura cadenzata. Faceva flessioni sul pavimento freddo, dormiva, escogitava piani che svanivano davanti alla pistola dell’uomo che gli lasciava il cibo. Ma gli anni nell’aeronautica non lo avevano lasciato indifeso. Un giorno si preparò con lo spazzolino da denti stretto nel pugno. Era in plastica e gomma, non certo letale, ma doloroso se piantato nel posto giusto. Mirò alla laringe e corse fuori, oltre un corridoio e una porta di legno. Si ritrovò all’esterno, in una piana secca, brulla, da cui scorgeva un mare scuro e ondoso. Era su un’isola, così piccola che avrebbe potuto percorrerne la costa correndo per poco più di due ore. Scese verso riva, si sedette su uno scoglio, in attesa. Vide l’ombra dell’uomo raggiungerlo e non si voltò.

«Almeno lasciatemi stare fuori: dove volete che vada?»

Fu tramortito e si ritrovò nella stanza maledetta. Non gli fu servito cibo per giorni e dovette bere dal lavandino. Era una scelta del suo carceriere o Montclair stava stringendo il cerchio?

A tenergli compagnia, i versi dei corvi e il rombo di un motoscafo, che si avvicinava e allontanava ogni tre giorni all’alba. Un cambio della guardia e un rifornimento, probabilmente. Quei suoni non gli regalavano prospettive di salvezza ma gli scandivano il tempo, fermo e asfissiante. Una notte, però, il motoscafo si fece sentire fuori dalla cadenza abituale. Poi, porte, passi, colpi. Accese la luce, pronto a battersi, e si ritrovò una Camille ansimante, in jeans e giubbotto grigio.

«Sono venuta appena l’ho scoperto.»

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Lo prese per mano e lo trascinò fuori. Si era portata dietro una piccola squadra: a terra vide il suo carceriere e un altro uomo, legati. Coup d'État. Salirono sul motoscafo, lei gli calò una coperta sulle spalle ma il vento era forte e tremava.

«Dove siamo?» urlò.

«Île d’Ouessant, Bretagna!»

Sulla terraferma trovò un cambio d’abiti e un casco integrale. Camille inforcò una moto e guidò fino a un albergo nel nulla, un motel a ore che pagò in contanti. Lui si sdraiò sul letto matrimoniale, spossato e con la testa che gli girava.

«Devo andare a Washington» disse, guardando il soffitto.

«Non hai documenti.»

«Quindi che si fa?»

«Non lo so, ci sto pensando.» Lei gli si sdraiò vicino, cinta da un suo braccio. Il motel odorava di legno vecchio e di moquette umida e il motivo a righe arancioni sulle pareti era scrostato in vari punti. Si girò a guardarlo, i capelli castani che si mossero come un’onda. Aveva occhi grandi e tristi. «Mi dispiace» cominciò, ma Carter se la strinse al petto finché non si addormentò.

 

La luce della mattina filtrava dalle tende sottili, in forme squadrate che tagliavano i loro corpi sul letto. Carter spostò delicatamente la testa di lei dal suo braccio, adagiandola sul cuscino. Si vestì e aprì la porta.

«Dove vai?».

«All’ambasciata americana.»

«E mi lasci qui, scusa?» Si tirò a sedere, accigliata. «Ed è una pessima idea, è il primo posto dove ti aspetterà mio padre. Meglio andare a Nantes.»

«Camille.» Era giunto il momento. «Possiamo far finta che questo non sia un rapimento che ha solo cambiato forma e che tu e tuo padre siate d’accordo, o possiamo essere onesti.»

L’aveva capito quell’inverno: non aveva libri di moda in casa, tranne uno di Yves Saint Laurent abbandonato a prendere polvere. Il resto erano manuali di economia marittima e simili.

«E allora? Mai letti. Me li ha regalati lui.»

«Ti ho anche sentita al telefono, qualche volta. Spesso.»

«Non eri tu quello che non parlava una parola di francese?»

«No, ma lo capisco.»

Si sedette sul letto. Sospirò. «Beh, per quel che vale, mi piacevi davvero.»

«Prima o dopo che sapessi che ero il fiduciario di veto di Abernathy?»

«Prima, dopo, durante. Immagino non sia più importante, tanto.»

Carter chiuse la porta di scatto, che si riaprì tirata da lei. Le prese la testa e le passò un braccio intorno al collo, stringendo piano ma con costanza. Lei gli piantò le unghie nella carne e dimenò le gambe, ma entro poco socchiuse gli occhi, svenuta. La adagiò sul letto e le prese portafoglio e cellulare, che sbloccò con la sua impronta. Chiamò l’ufficio di Waterford: ormai lo conosceva a memoria.

«Ufficio Waterford, parla Eva.»

«Eva, sono Matt Carter. Devo parlare con Waterford, subito.»

«Carter? Sono quasi due mesi che Waterford la cerca, pensavamo fosse...»

«Eva, passamelo. Potrebbero spararmi a breve.»

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Waterford aveva superato i settant’anni, ma non a caso era vice amministratore delegato dell’Abernathy Enterprises da più di dodici. Parlarono per il tempo necessario, meno di un minuto, poi Carter uscì dalla stanza e si gettò sulla moto. Sapeva che gli uomini di Camille erano lì da qualche parte. Due auto nere gli furono subito addosso e riuscì a seminarle solo nell’area pedonale di Brest, per poco non falciando dei passanti. Prese l’autostrada verso est. Si sentiva seguito, monitorato. Satelliti, videocamere, polizia: fino quanto si poteva estendere il potere di un miliardario nella sua stessa nazione?

Guidò per due ore senza fermarsi. A Rennes chiamò nuovamente Waterford dal telefono di una turista americana. L’estradizione era stata organizzata: un jet lo aspettava all’aeroporto di Le Mans.

«Decolla tra tre ore, non arrivi in ritardo. È di un uomo che mi deve un favore, non dell’azienda.»

«Non ho documenti.»

«Li avrà.»

 

La sala pareva vuota senza l’intero consiglio di amministrazione. Il tavolo, di legno scuro, era lucido fino a sembrare bagnato. Sebastian entrò per ultimo, Waterford e Carter erano già seduti.

«Ecco l’eroe, il fuggitivo, vivo e vegeto!» proruppe, allegro. «Quella barba l’hai rubata a un boscaiolo? Stavi meglio quando…»

«Sebastian, per l’amor di Dio, siediti e ascolta» tagliò corto Waterford. Carter spiegò.

Era andato dal notaio degli Abernathy un anno prima, appena ricevuto il libro di Steinbeck, Al dio sconosciuto. Quel titolo evocativo, quelle parole sottolineate: conosceva la passione di Arthur per la sofisticata teatralità e si era aspettato un conto cifrato, una cassetta di sicurezza. Aveva invece ottenuto qualcosa di infinitamente più prezioso: puro potere decisionale.

Non era stato facile decifrare la stringa di identificazione: si era divertito, il vecchio, aveva sottolineato più di duecento parole, costringendo Carter a decine di tentativi a vuoto davanti al notaio. Ma alla fine aveva estratto una stringa di trentacinque lettere ricavate dalle iniziali delle parole più rare. «Evita le cose comuni, Carter, non fanno per te» gli aveva detto verso la fine. Sembrava un complimento e invece era la chiave. Il notaio gli aveva consegnato un plico di un centinaio di pagine, che Carter aveva sorvolato e riconsegnato. Chiese che si attenesse al segreto professionale finché l’incarico del fiduciario fosse rimasto dormiente. Non si era rivelato neanche alla riunione del consiglio perché non voleva, ancora una volta, mostrare a Sebastian di aver ricevuto dal suo stesso padre più fiducia di quanta ne avesse mai avuta lui. Questo però non glielo disse.

Il ragazzo aveva ascoltato aggrottando le sopracciglia. Alla fine si passò una mano tra i capelli chiari.

«E quindi che fai ora, rinunci?»

«Sì. Questo non è il mio mondo.»

«E cosa vuoi in cambio?»

«Il signor Carter non ha chiesto nulla in cambio» si intromise Waterford. «Ha proposto l’assorbimento della figura del fiduciario dentro il consiglio di amministrazione, quindi di fatto la sua eliminazione, ma visti i recenti avvenimenti e il legame con il signor Abernathy, ho ritenuto necessario accordargli una compensazione pari all’ampiezza decisionale dell’incarico.»

Sebastian sorrise. Aveva già capito.

 

Sopra la quota di crociera, l’HondaJet Elite II scorreva dentro una fascia di cielo compatto e lattiginoso. Carter teneva la mano sul side-stick, le dita appena chiuse sull’impugnatura sagomata, senza pressione. Sotto di lui terra e mare come mappe silenziose e prive di importanza. Davanti a lui, l’infinito.

Quando era in vita, Abernathy aveva detto che dell'aria fosse il principe e del vento il re, e finalmente quel giorno, sul suo jet personale, Carter ebbe la sensazione di essere entrambi.

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