Ogni giorno, George Norrington prendeva il treno delle 7:02 per London-Stratford, dava una carezza al suo labrador, Oliver, un bacio a sua moglie, Betty, raccoglieva la ventiquattrore di pelle nera, indossava il suo cappello modello homburg, si infilava l’ombrello sotto il braccio e usciva.
Ogni giorno, George Norrington prendeva il treno delle 7:02 per London-Stratford partendo da Shenfield, cittadina nell’Essex abitata perlopiù da pendolari londinesi, forte del suo Shenfield Cricket Club e dei campi di colza che ne indoravano le pianure. Dalla finestra al primo piano della sua casetta in Chelmsford Road intonacata di bianco, la moglie lo seguiva aspettando che giungesse al termine del vialetto, si girasse e la salutasse con una mano.
Ogni giorno, George Norrington prendeva il treno delle 7:02 per London-Stratford. Era il T3820 della British Rail, durata 43 minuti, mai arrivato in ritardo, mai affetto da scioperi, sempre fedele come un buon mastino. A nord, il T3820 partiva da Norwich, si faceva 90 miglia fino a Shenfield, dove il signor Norrington saliva, proseguiva fino a London-Stratford, dove il signor Norrington scendeva, e finiva la sua corsa 110 miglia più a sud, a Brighton, dove la terra si placava in bocca al mare.
Ogni giorno, George Norrington prendeva il treno delle 7:02 per London-Stratford e si sedeva nella carrozza 5, fila 14, posto A. Non era un uomo pignolo, ma certi posti era come se ci avessero scritto un nome sopra, capite? Lui lo aveva capito, e da ventidue anni si sedeva lì, vicino al finestrino, stendeva il Times e ammirava l’inseguirsi dei campi di erica e frumento. In quei 43 minuti la giornata non era ancora iniziata e George Norrington si trovava nel campo delle possibilità. Un collega poteva sedersi lì accanto, una telefonata farlo tornare a casa, un guasto fermare la corsa. Ma nulla era mai successo: come sempre, anche quel giorno George Norrington ripiegò il Times, indossò il cappello, sollevò la ventiquattrore e salì sul treno.
Ogni giorno, George Norrington prendeva il treno delle 7:02 per London-Stratford e si sedeva nella carrozza 5, fila 14, posto A.
Quel giorno, nel posto A, sedeva già un uomo, in completo blu a righe gessate, le gambe leggermente divaricate, ben piantate a terra, il Times aperto e la solidità di chi è certo del proprio diritto. George Norrington seguì mestamente il profilo di una di quelle sottili righe bianche sull’abito, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, come se potesse consolarlo.
Si sedette nel posto davanti. Viaggiava nel verso opposto alla marcia, una sensazione sgradevole. Gli albeggianti campi di erica spuntavano tardi, come rincorsi al contrario.
Ogni giorno, George Norrington prendeva il treno delle 7:02 per London-Stratford insieme a pochi e abituali avventori. Uomini con cartelle di cuoio, donne coi guanti di lana, impiegati per cinque giorni alla settimana, da gennaio a dicembre. George Norrington li conosceva senza conoscerli. C'era chi tossiva prima delle gallerie e chi si addormentava dopo Ingatestone. Quell’uomo, però, no, non doveva essere lì. Lo guardò. Dal giornale sbucava la calotta di un cappello homburg proprio come il suo. Anche l’abito gessato era uguale al suo. E le scarpe… erano di Crockett & Jones, non è vero? Erano proprio di Crockett & Jones.
L’intruso abbassò il giornale e George Norrington si scontrò contro un paio di occhi dall’esplosivo color azzurro e dall’espressione vagamente neutra. Sussultò. Riconobbe i baffi, il mento pronunciato. Quel viso era lo stesso che osservava ogni mattina allo specchio.