Intestazione La Tazza Vuota
Il rito del cuscino
 
La Tazza Vuota #11 28 Maggio 2026
Alla fine di ogni sessione di meditazione, a Taiwan, si doveva sistemare il proprio cuscino, un'azione semplice solo in apparenza. Quello tondo doveva essere sprimacciato e gonfiato, quello quadrato sottostante, con le impronte delle gambe, lisciato e allineato con gli altri. La coperta piegata in modo che gli angoli combaciassero esattamente, e messa in cima a tutto, con una parte specifica rivolta verso l'alto. Anche altri eventuali oggetti avevano una loro collocazione lenta e precisa.
I primi giorni osservavo i monaci farlo, e che potevo fare, non farlo anche io?
Tuttavia, ragionavo sul concetto di rito. Nel monastero ce n'erano tantissimi, prima dei pasti, nei canti, nel camminare, che mi suscitavano una domanda:
Nel compiere riti e rituali, si attribuisce loro
un’efficacia magica / superiore?
Questa domanda, banale, mi metteva in crisi, perché se la risposta fosse stata positiva, avrebbe invalidato la mia ricerca della verità in quel luogo. Poiché se, per esempio, il cuscino doveva essere posizionato alla perfezione perché definiva lo spazio sacro della meditazione, si sarebbe introdotto un concetto a me poco congegnale: il sacro.
Non ho mai creduto che esista qualcosa di sacro e qualcosa di non sacro. Qualcosa che meriti cura e attenzione o che non le meriti. “Sacro / profano”, “puro / impuro”, "buono / cattivo" non indicano nature intrinseche, ma attribuzioni mentali condivise tra chi appartiene alla stessa cultura e utili in certi contesti.
Se nessuna cosa possiede un’essenza sacra separata, allora ogni cosa può diventare degna di cura.
Sistemare il cuscino o intonare un canto prima dei pasti diventano dunque forme di consapevolezza, di armonia corpo-mente, e acquisiscono forte potere in virtù del contatto diretto con ciò che sta accadendo e della trasformazione interna che lo rende possibile.
"La più grande cosa che imparerai è il rispetto verso tutte le cose e tutti gli esseri, che tu venga rispettato o meno".
Questo è un appunto che ho scritto a Taiwan. Non ricordo chi me l'abbia detto, ma mi ha colpito. Innanzitutto quel "la più grande cosa che imparerai": non è un tema metafisico o un principio segreto. È molto pragmatico, molto semplice.
Poi quel "che tu venga rispettato o meno": siamo abituati al do ut des, all'utile e al ritorno dell'investimento economico, emotivo, di tempo. Qui si invece parla di dare senza aspettarsi niente in cambio. Un dare incondizionato che ricorda la mettā (benevolenza amorevole, newsletter #9).
Infine, il "tutte le cose e gli esseri". Quindi anche quelli che non lo meritano? Quindi anche un oggetto senza qualità? Un cacciavite? Sì, perché la sua categorizzazione in "inutile", "banale", "brutto" è frutto della tua mente. Se fosse appartenuto a tuo padre, e foste stati in buoni rapporti, lo conserveresti con affetto.
Quindi anche un omicida? Sì, per non ridurre una persona a un frammento della sua storia, per operare compassione, e per non dimenticare che, se fossimo stati attraversati dalle stesse cause e condizioni, forse avremmo agito ugualmente. Questo non significa negare le conseguenze delle azioni altrui, ma sciogliere le nostre reazioni a esse e introdurre la libertà, nostra, di poter portare cura e rispetto ovunque.
I rituali radicati nel rispetto puro restituiscono vita alla routine e a ciò che tende a scomparire nell'abitudine.
Rafforzano anche i nostri pattern neuronali e di abitudini sane (già citato nella newsletter #6 il libro Atomic Habits) e oggetto di studi, come in Hobson (2018), per cui non agiscono su un singolo livello psicologico, ma coordinano simultaneamente azione, emozione e cognizione in una struttura coerente.
E non è cosa nuova. Già nel III sec. a.C., il filosofo cinese Xunzi teorizzava l’idea che il rito servisse ad armonizzare le emozioni umane e il contesto sociale. In quanto potente strumento di passaggio dalla conoscenza all'esperienza viva, non è magico di per sé, ma acquisisce potere se ci attribuiamo un valore. Il mondo è inseparabile dal modo in cui viene conosciuto e non esiste un'esperienza senza soggetto che la conosca.
Quando il rispetto sorge, dunque, ogni situazione, oggetto, persona cambia. Perché cambiamo noi stessi.
 
Grazie per la lettura.
Ogni risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole).

Chantal Lengua