La Tazza Vuota #15 - Finché qualcuno guarda

Intestazione La Tazza Vuota
Finché qualcuno guarda
 
La Tazza Vuota #15 26 Giugno 2026
È da poco passato il solstizio d'estate, tempo di rallentare, prendersi una pausa, riposare.
Dopo il taglio neuroscientifico sul sistema nervoso autonomo dello scorso episodio de La Tazza Vuota, la #13 vorrei dedicare questa a un racconto che ho scritto, che indaga la percezione della realtà e del sogno, intrecciati fino a mettere in discussione identità ed esistenza.
Il racconto ha un tempo di lettura di 6-7 minuti, è scaricabile in PDF ed è presente sul mio sito personale, dove potete trovare altri racconti brevi e brevissimi. Buona lettura!
Finché qualcuno guarda
(Racconto breve)
«Signorina, se solo potesse prestarmi cinque minuti del suo tempo, le mostrerei, come un prestigiatore, che tutto quello in cui lei ha sempre creduto non è vero. No, no, no, la prego, mi ascolti, si fermi un attimo qui ad ascoltarmi, e partiamo dalle basi.»
Ero stata attratta dal suo cappello, un cilindro a falda stretta, e dal suo strano modo di far girare un quarto di dollaro tra le dita, vagamente ipnotico. Mi sedetti. Arthur non era ancora arrivato e fuori minacciava pioggia.
«Mi dica, signorina, lei sogna?»
«Come tutti, immagino.»
«Ah, come tutti. Sì, come tutti. E mi dica, adesso sta sognando?»
«Che domande, no, ovviamente.»
«No, la prego, mi convinca che non sta sognando. Perché non sta sognando?»
«Perché sono qui, di fronte a lei.»
«E non potrebbe essere, questa, la situazione di un sogno? Sarebbe inverosimile sognare di parlare a uno sconosciuto, in una bella serata autunnale come questa?»
«No, però...»
«La prego, continui.»
«Non è un sogno perché ricordo di essermi svegliata, stamattina.»
«E non ha mai fatto un sogno, curioso, magari, in cui si alzava da letto, e poi si metteva a volare, o a scappare da qualche losco inseguitore?»
«Sì, ma...» Mi fermai.
L'uomo aveva un pizzetto brizzolato e due occhi che brillavano alla luce della lampada a olio sul tavolo. Sorrideva come avrebbe sorriso una salamandra. C'era qualcosa, in lui, che non riuscivo a identificare, come l'indovinello di una sfinge.
«… Ma non ricordiamo mai l'inizio di un sogno.»
«E ricorda l'inizio della sua vita?»
«Beh, sono nata.»
«Le è stato detto. Lei lo ricorda?»
«Non... no.»
«E saprebbe dire cosa c’era prima? Prima di nascere, intendo?»
«Ovviamente no.»
«Proprio come un sogno, non è vero? La sua bella storia inizia e non riesce a tracciarne l’origine senza incappare in un buio incolmabile.» Sorrise. «Provi a convincermi in un altro modo.»
«Nel sogno si è soli. Tutti gli altri sono prodotti della mente» azzardai allora.
«Stiamo iniziando a sfiorare qualcosa di interessante, signorina. Segua il mio ragionamento, per cortesia. Ciò che dice non è falso: in un sogno, la nostra mente si moltiplica in un teatro eccezionale, di cui siamo protagonisti, antagonisti, aiutanti, spettatori, regia e scenografia. Ma in fondo siamo pur sempre uno, non è vero?»
«Sì.»
«Eppure, mentre sogniamo non ce ne rendiamo conto. Scappiamo veramente da quell'assassino. Amiamo veramente quella donna. Non si può forse dire che è lo stesso, come in questa nostra vita reale?»
«Ma io so che lei non è me
«Ne ha la certezza? Abbiamo detto che in un sogno non possiamo stabilire se la molteplicità del reale sia effettiva o congegnata.»
«Beh, io posso toccarla e sentire che è reale.»
«La prego, lo faccia.» Mi prese con uno scatto le mani tra le sue, facendomi sussultare. Le portò all'altezza del suo viso. «Non ha mai percepito la morbidezza di qualcosa, in sogno? Il profumo di un dolce, il richiamo di un bambino?»
Feci per tirare le mani indietro, ma rimasi lì, ipnotizzata.
«I nostri sensi, il solo modo che abbiamo per interagire con la realtà, non sono affidabili. Pensi ai miraggi, ai dolori fantasma, ai suoni che sentiamo nel silenzio. Nei sogni ricostruiamo un corpo, un corpo di sogno, dotato di questi stessi sensi, che ci rimandano le stesse sensazioni, con annesse emozioni, di quelle che stiamo vivendo qui, proprio qui e ora.»
Appoggiò dolcemente le mie mani sul tavolo, battendoci due nocche. «Mio padre era un falegname. Avrebbe detto che questo era un buon legno.»
«Ma se è così» continuai io con un filo di voce. «Come possiamo essere certi di non essere all'interno di un sogno? E sarebbe il nostro stesso? O saremmo creature sognate da un unico sognatore, come i partecipanti di un sogno, che non sanno di non avere vita ma di essere solo ombre?». Mi colse improvvisamente un’irrazionale e amara pena per i personaggi dei miei sogni.
«Oh, non esiste alcun modo per esserne certi.»
E, con la teatralità che lo caratterizzava, spostò la sedia all’indietro e si levò come una brezza notturna. «Mi rincresce, ma è giunto il momento che io torni ai miei affari. Mi congedo a lei ringraziandola per il tempo che ha potuto e voluto donarmi» si volse, toccandosi il cappello in segno di saluto. «Le auguro di tornare spesso ai lidi di questa stimolante conversazione.»
«Aspetti!» esclamai. Ma era già volato via. Rimasi sola, seduta al tavolo. Mi guardai le mani. Le osservavo così forse per la prima volta in tutta la mia vita. Mi resi conto di essere viva, tutto d'un tratto. Fu come se mi avessero tirato via dagli occhi un velo trasparente e gommoso e mi avessero infilato una chiave dietro le scapole, ruotandola tre volte come nei giocattoli per bambini.
Fu un istante: tutto divenne chiaro, completo, perfetto. Poi svanì.
Quel che tornò a popolare la mia mente era nuovamente freddo, grigio e senza nome. Una matassa gibbosa, un fluido, un rigurgito.
Arthur entrò nel locale. Lo guardai come se fossi morta. O viva. «Non voglio sposarti» dissi di getto. «Non l'ho mai voluto.»
Uscii e corsi sotto la pioggia. Trovai l'uomo con il cilindro che camminava sotto la luce fioca di un lampione e lo afferrai per il bavero della giacca.
«Come si fa? Come si fa a vivere così?»
Non si scompose. Era come se mi stesse aspettando. «Quando tutto è vero e falso allo stesso tempo, non si può che sorridere e stare al gioco.»
«Al gioco di chi?»
«Non c'è nessun chi. C'è solo la vita, il sogno, che si srotola a ogni istante.»
«Ma a quale scopo?»
«Non c'è alcuno scopo.»
«Com'è possibile?»
«Lo scopo è una forma di ordine che la sua mente vuole aggiungere dopo, signorina. Come una cornice su un quadro già fatto e finito. Lei cerca un fondamento. Un punto fermo da cui tutto dipende. Ma un sogno non si regge su qualcosa: accade e basta.»
«Dunque è vero? Che siamo in un sogno?»
«Sogno, realtà, che cambia? Per quel che ne sappiamo, possiamo essere personaggi di un racconto, e chi ci legge essere l'unica creatura reale.»
La pioggia si fece più intensa. L'uomo arretrò portando le spalle al muro, sotto lo spiovente di un tetto.
«E allora chi siamo noi? Cosa siamo noi?» Lasciai andare la presa sul suo cappotto, portandomi le mani al petto. «Chi sono io
«Questa, mia cara, è l'unica domanda che valga la pena di essere posta.»
«Mi dia una risposta!»
«Non posso. Nessuno può. Ma può continuare a porsela, fino a che non romperà il sogno, o fino a che non finirà il racconto.»
«E quando finirà?»
«Anche adesso, se vuole.»
«Non voglio che finisca.» Alzai lo sguardo. Una goccia mi cadde nell'occhio. Tirai su con il naso. D'improvviso, avevo freddo. «Se finisce, cesserò di esistere.»
«Se è un racconto vivrà nella mente di chi legge.»
«Non saprà neanche il mio nome.»
«Per questo sarà ancora più incisivo. Sarà un simbolo.»
«Di cosa?»
«Ma del lettore stesso, signorina. Della voce che dà suono a queste parole e della coscienza che le interpreta. In questo modo entrambi vi renderete conto di essere uguali, signorina, poiché se lei non sa dire come è finita in questo racconto, lui non sa dire come è finito in questa vita. E in entrambi i casi vi struggete credendovi qui, incastonati, limitati. Non vi rendete conto di non essere che idee, prospettive che si impuntano a essere res nascentes et morientes: non sapete cosa c’era prima e cosa ci sarà dopo, ma decidete comunque che ci debba essere il buio. Prima non c’era nulla, poi c’è la vita, poi non ci sarà nulla. Ma come può nascere l’essere dal non essere?» Mi pose una mano sotto il mento, delicatamente, come a sostenerlo. «Lei è unità, infinitamente frammentata per esperire se stessa. Sì. Sogno, sognato e sognatore. Vita, vissuto e vivente. Lei è tutto, signorina. Lei contiene me e io contengo lei. Non c’è esperienza senza questa triade, non è vero? Un occhio ha bisogno dello spazio per vedere un altro occhio, ma in esso stesso già contiene il suo riflesso.» Abbassò la mano. «Non piove più. Cammini con me: non c’è alcun luogo in cui andare, eppure dobbiamo andare. E dovunque andiamo, già ci siamo. Ora ha capito? Non dica di sì, che mentirebbe. Tutto questo non si capisce fino a che non lo si ha capito e per capirlo bisogna ammettere di non poterlo mai capire.»
 
Grazie per la lettura.
Ogni risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole).

Chantal Lengua
 
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