La Tazza Vuota #19 - L'oscurità fertile della mente

Intestazione La Tazza Vuota
L'oscurità fertile della mente
 
La Tazza Vuota #19 24 Luglio 2026
Un gruppo di rane viaggiava nel bosco, quando due di esse caddero in una buca. Le compagne si radunarono attorno al bordo e, guardando l'abisso, iniziarono a gracidare sconfortate: «È troppo profonda! Siete già morte, lasciate perdere!».
Le due rane ignorarono le parole e cercarono di saltare con tutte le loro forze. Dall'alto, tuttavia, il coro si fece sempre più insistente: «Rassegnatevi! Risparmiatevi l'agonia!». Alla fine, una prestò attenzione a ciò che dicevano le compagne e si arrese. Cadde a terra e morì.
L’altra rana continuò a saltare con tutte le sue forze. Ancora una volta, la folla le urlò di smetterla di soffrire e di morire e basta. Lei cominciò a saltare ancora più forte e alla fine riuscì a uscire. Quando le raggiunse, le altre rane le chiesero: «Non ci hai sentito?».
La rana era sorda. Spiegò che aveva pensato per tutto il tempo che la stessero incoraggiando
a saltare fuori dalla buca.
(101 Storie Zen, di N. Senzaki e P. Reps)
 
Questa storia nasconde un paradosso. Il giudizio degli altri, persino quando nasce da intenzioni sincere o da una forma di protezione, rimane pur sempre il frutto delle loro concettualizzazioni. Le rane sul bordo non volevano nuocere alle compagne: stavano solo proiettando sulla situazione i propri limiti, le proprie paure e la loro idea di ciò che era "impossibile".
La vera differenza tra la rana che cede e quella che si salva non è una questione di forza muscolare, ma di accesso alle informazioni. La prima rana ha accettato la "mappa della realtà" fornita dall'esterno; la seconda, incapace di accedere a quella mappa concettuale, ha dovuto esplorare la situazione da sé, e senza preconcetti.
Accettare le definizioni altrui significa muoversi con una mappa presa in prestito. Rifiutarle ci costringe a esplorare la realtà per quello che è.
Questa condizione di esplorazione pura dell'esistente e delle situazioni, gradevoli o sgradevoli in cui ci troviamo, priva di mappe e di giudizi prefabbricati, è descritta con una potente immagine dal maestro Zen Suzuki Roshi in Lettere dalla vacuità (già ripreso nella newsletter #18):
«Quando cercate una cosa, la vostra vera natura è in piena attività; è come se steste cercando il cuscino a tentoni, nel buio. Se sapete dov'è, la vostra mente non funziona a pieno regime ma in misura limitata; quando invece cercate il cuscino senza sapere dove sia, la vostra mente è aperta a tutto
Quando ci lasciamo guidare dalle definizioni altrui, è come se qualcuno accendesse una luce e ci dicesse: "Il cuscino è là, ed è irraggiungibile".
La mente si fida di quel giudizio, smette di cercare davvero e limita la propria azione a ciò che gli altri hanno stabilito essere possibile.
Cercare il cuscino a tentoni nel buio significa fare l'opposto. Significa fare un passo indietro rispetto alle certezze e alle proiezioni degli altri, ma anche delle nostre, di quelle che abbiamo introiettato negli anni sotto forma di un giudice interiore (v.d. newsletter #5), per immergersi in una nuova oscurità fertile. Nel buio non sappiamo dove sia il cuscino, non sappiamo quanto sia profonda la buca, né se il prossimo salto sarà quello risolutivo. Ma proprio per la mancanza di punti di riferimento rigidi, la mente ritrova la sua massima apertura e si attiva a pieno regime: idea soluzioni innovative, si adatta a quello che c'è o non si lascia scoraggiare da ciò che sembra già perso in partenza.
Cercare a tentoni nel buio equivale a rinunciare alle definizioni degli altri o dei nostri schemi mentali per riscoprire una mente del tutto aperta e disponibile.
La rana rimasta nella buca non contemplava le definizioni di facile o impossibile, non aveva una mappa predefinita né teorie da confermare: aveva a disposizione soltanto la percezione grezza dello sforzo, il contatto diretto con il salto presente e con la sua motivazione.
Sempre Suzuki Roshi aggiunge un dettaglio fondamentale per chiarire la natura di questo stato interiore:
«Provare un sentimento di calore nella pratica è un buon esempio. Quella pratica si estenderà a tutta la tua vita quotidiana. Quando ti prendi la massima cura di quello che fai, ti senti bene.»
Muoversi liberi dal polverone dei giudizi altrui, non significa isolarsi con freddezza o alterigia. Al contrario, il nostro agire si veste di un calore naturale, dato da una mente viva e attenta e da un’attenzione pura e che si dedica interamente a ciò che sta facendo, palmo a palmo, un tentativo alla volta.
 
Grazie per la lettura.
Ogni risposta sarà letta con attenzione e mettā (gentilezza amorevole).

Chantal Lengua
 
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